Associazione Culturale "Medianaonis"

Cinema lituano
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IL CINEMA LITUANO

 

Genericamente si distingue la produzione cinematografica lituana in due fasi: il cinema prima del 1990, e il cinema dopo il 1990, anno in cui il paese proclama la sua indipendenza dell’Unione Sovietica. A partire dal secondo dopoguerra, la Lituania ha subito una dominazione repressiva da parte dell’Unione, che ha coinvolto anche la cultura, ritenuta, un efficace mezzo di propaganda. A questo proposito, il cinema, ebbe un ruolo significativo. Controllato dall’Unione, gli  unici film prodotti, almeno fino al ’53, anno della morte di Stalin, furono cinegiornali o film di finzione (in realtà russi) il cui scopo era mostrare come la Lituania aveva saputo osservare  le regole sovietiche.

La prima generazione di registi che ha avuto un certo spazio nel proporre un cinema personale, è dunque, necessariamente quella che lavora dopo il ’53. In questo momento la produzione filmica si orienta da un lato verso un cinema che rivolge lo sguardo al mondo dei bambini, evitando così il rischio della censura, dall’altro, verso un cinema che nonostante la censura riesce a farsi portavoce dell’identità nazionale. Si tratta del cinema documentario, che attraverso i suoi autori, VERBA, SILINIS E SABLEVICIUS, resta una delle testimonianze più precise della storia lituana, oltre ad essere l’unico cinema in grado di affermarsi alternativamente rispetto alla linea ufficiale. Si pensi che fino al 1990 sono stati prodotti 7 film di finzione, 40  documentari e 3 film d’animazione. Se è vero che anche qualche film di finzione è riuscito ad esprimere, in qualche modo l’identità del paese, è anche vero che i finanziamenti per questi film, venivano dall’Unione ed erano vincolati all’approvazione di Mosca.

Dopo l’indipendenza fu innanzitutto il cambiamento delle forme di finanziamento e consentire lo sviluppo dell'industria cinematografica, dunque non più legata all’Unione, ma ai produttori locali e stranieri. Il mercato cinematografico si apre alle co-produzioni, e questo, a sua volta, promuove all’estero il cinema lituano, aprendo nuove possibilità di finanziamenti. Con l’entrata della Lituania in Europa, i finanziamenti statali, in realtà insufficienti a sostenere il cinema nazionale, sono stati rinforzati da quelli provenienti dall’Unione, andando a consolidare ulteriormente le co-produzioni  con i paesi stranieri e la visibilità di questo cinema ai festival europei più significativi: Venezia, Cannes e Berlino. I primi film di S. BARTAS, A. MATELIS, A. STONYS, E NAVASATIS, li hanno resi noti a livello europeo.

“3 giorni” di Bartas ha avuto la menzione speciale della giuria al Festival di Berlino

“la terra dei ciechi” di Stonys ha ottenuto il premio per il miglior documentario europeo

 

Raramente un film lituano non è stato invitato a partecipare ad uno dei festival più importanti: in Europa, ed  è attraverso i festival che si ha conoscenza di questo cinema, paradossalmente sconosciuto nella vicina Russia dove invece prevalgono le proiezioni di film hollywoodiani.

Da circa due anni è attiva una legge che riconosce nel cinema una delle priorità culturali dell’ultimo decennio, ed è stata creata un’associazione che si preoccupa di salvaguardare la creazione artistica, la morale e i diritti d’autore. 

L’attuale cinema lituano presenta alcuni filoni, di cui sono esponenti i registi più conosciuti anche a livello europeo.

 CINEMA DOCUMENTARIO           tuttora uno dei generi più produttivi. I registi attuali: A. STONYS, A.MATELIS, LAPINSKAITE, DIANA E KORNELIUS MATUZEVIEIUS e altri, sono frequentemente ospiti dei festival e conservano la lezione della generazione precedente, proponendo un cinema che usa il documentario per rileggerlo in chiave poetica e  personale, curando molto gli aspetti formali ed uno stile personale

 SHARUNA BARTAS             uno dei registi più produttivi dell’ultimo decennio. I suoi film sono i maggiori esempi di  un cinema riflessivo, filosofico che è una delle caratteristiche del cinema lituano; si tratta di un cinema che ha abbandonato i riferimenti concreti alla realtà per far muovere i personaggi in un universo quasi esclusivamente emotivo. Anche il regista NAVASATIS con il suo “cortile”, si cimenta in questo cinema intimista, descrivendo i destini deprimenti della gente in un clima che abbandona il parlato e i riferimenti temporali.

In fondo, l’assenza di dialogo, i campi lunghi, le immagini paesaggistiche, e il ritmo lento, sono tutte caratteristiche di un cinema che ha scelto di privilegiare  le sensazioni emotive e visive attraverso la pura immagine.

 Non tutto il cinema  lituano rientra in questa categoria. Esiste un  cinema non intimista e più popolare, girato da registi giovani come VILDZIUNAS, che con “contratto d’affitto” ha un grande successo a venezia e mostra di saper affrontare con ironia la storia, la conquista della libertà del proprio paese. O  come il  cinquantenne ALGIMANTAS PUIPA   che con “La vita di Elze” propone uno dei film più popolari del 2000, e, recentemente, è stato uno dei primi a sperimentare il passaggio dalla pellicola  al video..

La realtà leggermente meno produttiva è costituita dal cinema d’animazione che vede registi bravi some BEREZNICKAS e VALADKEVICIUTE, spesso premiati per il loro stile originale. Nel 2003, si è tenuto a Vilnius il primo Festival di animazione

 

IL CINEMA DI SHARUNAS BARTAS

 

 L’europa conosce il cinema di Bartas solo attraverso la partecipazione dei suoi film ai Festival (Trois Jour premiato a Berlino, The House presentato a Cannes) ma il lavoro dell’artista resta pressoché invisibile al di fuori di questi circuiti, probabilmente perchè mal si sposa con una logica commerciale, che tende a lasciare da parte un cinema che si caratterizza, anche, per un suo ermetismo.

Il cinema di Sharunas Bartas, presente qui con Trois Jours e con The House, conserva la volontà documentativa di tanto cinema lituano. Non si tratta più di semplice uso del genere, ma di una vera e propria rivisitazione del documentario, attraverso uno sguardo poetico che getta mistero sul mondo ripreso. La realtà di riferimento è ovviamente quella in cui il regista è nato e cresciuto, ma il documentario è continuamente riformulato attraverso la poesia. Le immagini danno la sensazione di assistere ad una realtà inedita, frammentata, ricreata nell’assenza di precisi riferimenti spaziali e cronologici, per divenire soprattutto universo mentale. Si tratta di un cinema in cui vige il minimalismo narrativo, in cui le parole vengono rigettate per dar voce ai gesti, ai corpi, ai silenzi, ai vuoti, alle riprese fisse che fanno pensare ad un estetismo che ricerca la fotografia nel cinema. Ovviamente, per Bartas, non si tratta mai di puro estetismo, mai del piacere dell’immagine per l’immagine. Qui l’inquadratura diventa vero e unico spazio contenitore del mondo del regista. Ecco il perchè, allora, della cura dell’immagine attraverso i suoi elementi percettivi: la luce, il suono, la disposizione plastica degli elementi. Il cinema di Bartas è soprattutto un cinema di sensazioni, in cui i personaggi stessi si ritrovano privati di vite concrete per essere abbandonati alle proprie percezioni. E se ogni inquadratura lascia lo spettatore nella paura di tendere verso il nulla, questo avviene perchè per Bartas, questo, è l’unico cinema in grado di mostrare i personaggi così come il regista li intende.

The House

Il film, del ’97, porta avanti e sviluppa quelli che possono essere definiti veri e propri “rituali domestici” Il dialogo è assente, restano solo le persone e i loro gesti. Durante le due ore di film vediamo una serie di personaggi, che convivono in una casa. Ognuno è alle prese con le proprie occupazioni. Vedrete volti celebri del cinema: Valeria Bruni Tedeschi che mette in scena uno spettacolo di marionette, Leo Carax che manipola dei libri, Alex Descas che gioca, da solo, a scacchi. Le persone si muovono nei corridoi, visitandosi a vicenda, ma senza mai avvicinarsi, o sfiorandosi appena. Camminano soli, o stanno immobili attorno ad una tavola accuratamente preparata.

Bartas ha lavorato cercando di smontare la percezione che comunemente abbiamo di tempi e spazi.

La casa sembra moltiplicarsi, non solo perchè tale e tanto è il mondo che contiene, ma perchè è suddivisa in corridoi e spazi. Anche il tempo si è frammentato per moltiplicare o sospendere ogni sua unità. Ma in questo film è sicuramente il suono ad avere una grande importanza ed una significativa resa poetica. Più i piani sono statici e più la colonna sonora si fa densa di rumori: di porte che si chiudono, di scricchiolii di pavimenti. Il suono apre nel film uno spazio immaginario, fuori campo, in cui sembra si dispieghi quella vita che pare mancare ai personaggi.  Nuovamente si tratta di personaggi erranti, sofferenti, esistenti unicamente nel proprio ruolo, incomprensibile per lo spettatore. Nel film domina la sensazione di una tribù, quasi artificiale, costruita in una casa altrettanto irreale, che chiude dentro di sè i propri personaggi, come se al di fuori di essa non restasse più nulla. E in effetti il film sembra essere costruito per arrivare, in fine, ad affermare che fuori, la guerra, ha incenerito il mondo. Sembra che tutto ciò che resta del mondo abitato dalle figure di Bartas sia conservato in quella casa, costretto alla solitudine, alla sofferenza, al sogno, privato di riferimenti reali e di rapporti reali. Così come privato di riferimenti reali è lo spettatore, che fatica a leggere il film prima che la fine (del film) arrivi a spiegarne i simboli.

 

 

 

TRE GIORNI

(Il cinema di Sharunas Bartas, presente qui con Trois Jours e con The House, conserva la volontà documentativa di tanto cinema lituano. Non si tratta più di semplice uso del genere, ma di una vera e propria rivisitazione del documentario, riletto attraverso uno sguardo poetico che getta mistero sul mondo ripreso. La realtà di riferimento è ovviamente quella in cui il regista è nato e cresciuto, ma il documentario è continuamente riformulato attraverso la poesia. Le immagini danno la sensazione di assistere ad una realtà inedita, frammentata, ricreata nell’assenza di precisi riferimenti spaziali e cronologici, per divenire soprattutto universo mentale. Si tratta di un cinema in cui vige il minimalismo narrativo, in cui le parole vengono rigettate per dar voce ai gesti, ai corpi, ai silenzi, ai vuoti, alle riprese fisse che fanno pensare ad un estetismo che ricerca la fotografia nel cinema. Ovviamente, per Bartas, non si tratta mai di puro estetismo, mai del piacere dell’immagine per l’immagine. Qui l’inquadratura diventa vero e unico spazio contenitore del mondo del regista. Ecco il  perchè, allora, della cura dell’immagine attraverso i suoi elementi percettivi: la luce, il suono, la disposizione plastica degli elementi. Il cinema di Bartas è soprattutto un cinema di sensazioni, in cui i personaggi stessi si ritrovano privati di vite concrete per essere abbandonati alle proprie percezioni).

Tre giorni mette in scena la storia di due ragazzi e due ragazze che s’incontrano per caso a Kalingrad e stanno insieme, giusto il tempo di visitare la città. I ragazzi vengono dalla campagna, le ragazze sembrano stare là da sempre. Altro, in fondo, non ci viene spiegato. Non c’è dialogo, ma non ce n’è neppure bisogno. Il film resta una carrellata di visi, di gesti, di sguardi, di pianti, di immagini che già visivamente raccontano quell’errare di anime di cui vuol parlare Bartas. Vedrete corpi stanchi, persone che vanno e vengono, visioni confuse con il sogno, tempo e spazio inesistenti, luoghi che sono sempre dei non-luoghi. La materia si fa rarefatta perchè veri protagonisti del film siano gli animi, inquieti, alla ricerca di sè. Certo si percepisce la freddezza dell’aria, la metamorfosi della luce, il muoversi delle stagioni, ma tutto questo non basta per dare al film una forma di concretezza. In fondo il tema con cui si apre il film è il viaggio, ma si noterà che l’unica immagine che Bartas ci presenta del viaggio è una piano fisso di un treno che corre nella campagna. La stazione non è più nemmeno una stazione, il porto non è nemmeno un porto. Esistono più come luoghi mentali che non fisici, proiezioni di personaggi che allo stesso modo scompaiono dietro la propria fisicità, quasi irreale. È come se i corpi, mostrati in quanto tali, senza cambaire nella forma, fossero divenuti anch’essi entità mentali. Il vero tema del film è questo continuo viaggiare dei personaggi, che s’incontrano al di là del tempo e dello spazio per una comunicazione che, oltrepassati i limiti verbali, diventa solo percettiva. Personaggi che sembrano esclusi dal mondo circostante-che assume quasi i connotati della visione estranea, incomprensibile-ma che danno l’idea di non appartenere a nulla. Ovviamente il film continua ad essere parte del cinema ermetico di Bartas, ed è quindi disposto ed essere visionato e reinterpretato secondo propri modelli. Spunti di riflessione e punti interrogativi sicuramente non ne mancano. Buona visione.