Intervento critico
su Marisa Bidese
Il grande lavoro di colore
arancione rimanda al buddismo, alle tonache
color arancio dei monaci. L’arancio nella simbologia buddista indica la
saggezza, come controllo delle passioni e l’energia come forza necessaria per
una vita di rinunce. Ovviamente la grande opera arancione è una severa critica
femminista contro un lungo maschilismo, radicato anche in una
religione/filosofia, come appunto fu il buddismo.
Durante la sua predicazione, il
Buddha sostenne sempre una fondamentale misoginia, al pari di tutti i filosofi
dell'antichità.
La donna era vista come una fonte
di tentazione del tutto incompatibile con la vita ascetica; essa ovviamente non
veniva condannata come persona, ma piuttosto come potere di seduzione che porta
a quell'attaccamento per la vita che, attraverso le generazioni, perpetua la
condizione di "essere nel mondo" e vincola, di conseguenza,
l'individuo al suo dolore, alla sua cieca ignoranza, alla ruota delle rinascite.
Poiché l'amore e l'unione sessuale
sono -secondo Buddha- le forme più primordiali in cui si manifesta la sete di
vita, il Buddismo classico non poteva che negare alla donna la possibilità di
giungere al Nirvana: l'unica condizione, per una donna, era quella di estinguere
in sé tutto ciò che è femminile, cioè in sostanza sforzarsi di sviluppare un
pensiero maschile al fine di poter rinascere come
Il lavoro propone dei fiori
variopinti, una policromia tipica della cultura induista, che gioca con disegni
rituali e pastellati. Apparentemente, il carattere arioso e giocoso di una
femminilità proposta a tinte solari, in assenza di elementi dissonanti o
inquietanti, suggerisce una serena accettazione del mondo della donna e del suo
eros. Ma bisogna guardarsi dai facili giudizi. Nel mondo induista più
'ortodosso' e integralista, per la donna c'è solo obbedienza: al padre, al
marito, ai figli maschi. I bramini non mangiano mai in compagnia delle mogli. I
matrimoni sono stabiliti dalle famiglie, spesso quando gli 'sposi' sono ancora
bambini. Le relazioni pre- ed extra matrimoniali sono punite con l'espulsione e
spesso con la morte. La dote è obbligatoria: se finisce, durante il matrimonio,
il marito può anche decidere di uccidere la moglie e di risposarsi. In alcuni
stati indiani più restii al cambiamento sono ancora frequenti l'infanticidio
(delle femmine) e lo stupro punitivo. Non bisogna lasciarsi ingannare dai colori
e dai fiori! Anche nella cultura occidentale abbiamo giocato troppo
ipocritamente con una nomenclatura floreale e naturalistica: la farfallina, la
patatina, il pisellino, il fiore della verginità, il fiore rosso. Eufemismi
ipocriti in una cultura che ha sempre giocato con il sesso, ma non ha mai voluto
parlarne apertamente.
Nel Mondo islamico il ruolo
femminile è critico.Il nero ben suggerisce la tristezza di una condizione senza
luce, spesso brutalizzata, comprata, asservita alla totale volontà del marito.
La sessualità femminile è negata, punita, inibita, nell’abbigliamento, nella
società, nella scuola, nella famiglia. Il nero è colore del drappo che copre
la grande pietra nera della Kaaba a La Mecca, ma qui
non ha una valenza sacra ma è un
muto lamento di lutto per la perdita della libertà di essere donna.
Una croce tra simboli erotici. E’
la grande contraddizione del cattolicesimo. La donna ed il peccato, purezza ed
dannazione. Il cristianesimo prima ed il cattolicesimo poi hanno dovuto
barcamenarsi tra una posizione di condanna per la donna ed una di stima e
considerazione per la moglie, la madre, la sorella. Il viola ben si addice come
colore dominante dell’opera: richiama il sentimento
della passione, del dolore, del pentimento e della serietà. Le tinte
sono sobrie, senza essere funeree. Il ruolo femminile non è mai stato facile
nella religione di Cristo ed ancora oggi paga il prezzo di un maschilismo che ha
assegnato alla donna ruoli subordinati, ma l’ha caricata di grandi
responsabilità e colpe ancora più grandi.
Un
menorah, un candelabro 'a sette bracci' ( anche a "due bracci"), è
simbolo ebraico presente in tutte le residenze degli Ebrei e in tutte le
sinagoghe. Viene acceso il Venerdi sera per celebrare il Sabato, giorno sacro
per il popopo ebraico. Qui è fatto con reggicalze e spille. Una provocazione
molto forte per una religione così seriosa e cupa come quella ebraica. Chi non
ha davanti agli occhi le preghiere davanti al muro del pianto, il Mezuzzah, il
piccolo contenitore dello Shemà (preghiera fondamentale dell'ebraismo, da
recitare ogni giorno al mattino e alla sera), affisso agli stipiti della propria
casa; i tefillin, conosciuti come
filattèri, le cinghie di cuoio
indossate sulle mani e intorno alla fronte, legate a piccole scatole nere
contenenti preghiere; il Kippah, il copricapo indossato in sinagoga dagli Ebrei
maschi in mancanza di altre coperture.
L’ebraismo è una religione
antica, con rituali che sono stati capaci di resistere ad ogni avversità, ma la
donna ebrea quale sorte diversa ha avuto? Nel tempio uomini e donne pregano
separate, nel mondo antico la lapidazione era la giusta punizione per la donna
adultera. L’uomo ripudia la donna e non il contrario.
L’ebraismo ruota intorno a molti
simboli ma sempre maschili.