Mostra
d'arte
di Antonio Crivellari


Traslitterare
il mondo (o dipingere scrivendo)
Allora
il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e
tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li
avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri
viventi, quello doveva essere il suo nome. Casi l'uomo impose nomi a tutto
il bestiame, a tutti gli uccelli
del cielo e a tutte le bestie selvatiche...
Genesi 2, 19 -20
Che
cosa dicono le recenti scritture di Crivellari? Apparentemente niente, o quasi.
Nel senso che, in questi ultimi lavori soprattutto, nel trionfo di lettere che
annulla in sé ogni altro segno, si perde paradossalmente la possibilità stessa
di "leggere", di decodificare il segno verbale e trame il suo portato
semantico.
Questo
è il risultato di un percorso che parte da lontano e attraversa diverse forme
del rapporto tra segno visivo e segno verbale, pervenendo a una modalità del
tutto originale, sia rispetto ai lavori precedenti sia nel quadro più ampio
delle forme in cui il rapporto tra segno e immagine si è dato nella produzione
artistica contemporanea.
In
breve: nei primi anni '80 i lavori di Crivellari, riassunti nella poetica della
"Pathematica", sono sorta di mappe astrali, in cui la parola,
prevalentemente in greco antico, interviene a glossare schemi geometrici e
formule matematiche che illustrano le intime corrispondenze tra uomo e cosmo -
non senza una deviazione ironica quando quelle "corrispondenze" sono
tra l'universo massmediale e il nostro encefalo, figurato in queste mappe a mo'
di antenna televisiva. Parola e immagine, in ogni caso, sono ancora divise,
ciascuna con un suo compito preciso, e l'impianto cromatico è limitato per lo
più al bianco e nero, ai "non colori" della parola scritta. Il quadro
di riferimento, pur con i debiti distinguo, è quello della poesia visiva.
Poi,
nella profondità di questo "buio universale", cominciano ad apparire
costellazioni di punti colorati, che via via, nei lavori tra i secondi anni '80
e i primi '90, assumono configurazioni più specifiche e invadono la tela: si
assottigliano, si allungano, si dispongono in direzioni orientate, si
infittiscono fino a sovrapporsi e a dar vita a un magma multicolore da cui il
segno verbale si distingue o per sovrapposizione - ed è nero - o perché
risparmiato nel bianco; o anche è plasmato dalle cellule cromatiche stesse,
addensate a comporre parole. Le "parole" dal canto loro perdono sempre
più l'aspetto di una scrittura corrente per acquisire quello di un segno anche
visivamente potente: si colorano, modificano il loro corpo, si dispongono a
formare strutture calibrate; soprattutto sono parole e segni che provengono
dalle più diverse lingue e dai relativi alfabeti: non solo il greco antico ma
anche il cirillico, l'arabo, l'ebraico, i calligrammi delle scritture
orientali...
Dietro
questo lavoro ci sono infatti una passione e una dedizione totali per lo studio
delle lingue, in particolare della grammatologia, lo studio dei segni grafici
attraverso cui ogni lingua si esprime, che Antonio Crivellari porta avanti ormai
da più di vent'anni; per l'artista un vero e proprio viaggio di esplorazione
nello spazio, negli alfabeti più strani e poco noti ancora in uso, e nel tempo,
alla ricerca di lingue e sistemi scritturali non più esistenti, o dell'origine
più recondita dei nostri, sulla scorta del duplice filo d'Arianna
dell'etimologia da un lato, della grammatologia appunto dall'altro.
Un
viaggio alle origini del Senso e del Segno, dunque. Quasi a rinvenire, in una
sorta di scavo stratigrafico nell'evoluzione delle scritture, quel momento
aurorale in cui il segno non è ancora pura convenzione grafica che traduce
visivamente un suono, né il suono della parola è pura convenzione fonetica, ma
segno e suono sono ancora intimamente legati al senso delle cose,
"sono" le cose stesse. Con tutta la forza che questo loro
"essere" poteva significare per l'uomo primigenio che, per la prima
volta, a queste cose dava nome e nel "nominare" . e poi scrivere - il
mondo riduceva la molteplicità inafferrabile dell'esistente a un sistema
comprensibile e controllabile. Penso ai pittogrammi egizi, che sono geroglifici,
"scrittura sacra" il cui segreto è custodito da un dio; penso
all'evoluzione degli ideogrammi dell'estremo oriente a partire da una
rappresentazione iconica,
all'alfabeto ebraico che deriva i suoi tratti dall'essere scolpito nella roccia
- legge imperitura! - o alla curvatura sinuosa e continua della scrittura araba,
in cui rimane l'impronta, mi spiegava Antonio, dell'orizzonte ondulato delle
dune del deserto...
Nell'attuale
fase creativa di Crivellari questo atteggiamento scientifico resta soprattutto
nelle opere su carta. Forse bisognerebbe parlare di atteggiamento
"parascientifico", non perché manchi all'artista cognizione di causa,
anzi! Ma perché questa indagine, dottissima, ha soprattutto uno scopo altro
dall'indagine stessa: è come se, nell'addentrarsi nel mistero delle scritture,
come in un rito scia manico, Crivellari facesse propria quella forza primordiale
che è all'origine delle scritture stesse, per caricarsi di un'energia creatrice
che si riversa poi nelle tele.
Qui
non è più la trama puntinista dei lavori precedenti che plasma la parola, ma
sono i segni verbali stessi che, sovrapponendosi, intessono la trama visiva.
Così per esempio in Epicentrografia, un lavoro del 2006 creato per la
commemorazione del terremoto in Friuli, la parola che dà il titolo al quadro si
ripete disposta in tondo e si irradia dal centro su tutto il campo della tela,
sovrapponendosi a una trama di segni in diversi colori che anch'essi simulano
scritture. Tutto dunque si è risolto in scrittura, scrittura che ormai ha
assorbito in sé ogni altro segno ed è parola e segno visivo
contemporaneamente.
Ma,
si è detto, il segno scritto è il "nome", e nominare le cose è
farle cadere entro la nostra capacità di comprenderle e rapportarci ad esse. Se
così è, l'arte di Crivellari ora più che mai è un tentativo di dare ordine
al mondo, meglio: di creame uno proprio, ordinato e comprensibile, che si
sovrappone e per cosi dire assorbe in sé la dimensione dell'esistente, per cui
non c'è più spazio in quella sorta di horror vacui che domina la tela.
E', questo "scrivere", non solo un dipingere, ma un atto poietico,
ossia creativo, per eccellenza, in cui si dispiega finalmente un senso di
pienezza che l'artista stesso riconosce come un traguardo di maturità.
Quest'esito
si pone anche in una posizione eccentrica rispetto al panorama artistico
contemporaneo. Crivellari infatti fa un po' il contrario di quello che fece
Magritte - e cito Magritte quale emblema e pioniere di tutta una linea di
ricerca presente nel pensiero e nell'arte del '900, ma potrei citare anche
Kosuth, Merz, Paolini... - quando sotto il dipinto meticoloso e realistico di
una pipa, iscrisse la celebre frase ceci n'est pas une pipe, "questo
non è una pipa": veniva così smascherato il "pregiudizio" che
la cosa, il nome che la dice e l'immagine che la raffigura siano lo stesso,
siano connessi da un rapporto inscindibile e univoco che ci assicura che
"quella cosa lì" è detta da quel nome e rappresentata da quell'immagine,
ed esemplìficata così, in un paradosso visivo, la moderna posizione delle
filosofie sul linguaggio, inteso come un sistema autoreferenziale
non coin~idente o non esattamente sovrapponibile alla realtà che pure deve
predicare .
Crivellari,
si diceva, fa un po' il contrario di tutto ciò: salda nuovamente parola, cosa e
immagine, richiude un cerchio che pareva definitivamente rotto, scava in quella
miniera a cielo aperto che è la lingua, perché risalga dalle profondità della
storia umana una forza che ricrei l'arcano equilibrio delle origini del
linguaggio, quella possibilità di "dire" il mondo che nella coscienza
moderna si è definitivamente persa.
Se
non ché, paradossalmente, proprio nel momento in cui la scrittura fagocita il
segno visivo asemantico e disegna/predica mondi, perde la sua capacità di
comunicazione, diventa pressoché illeggibile ai più come scrittura né è
rilevante in quanto rappresentazione. La realtà deflagra - i puntini... - e del
tentativo di ricomporla entro un sistema di parole che crei una realtà
suppletiva e possa per così dire traslitterare il mondo, non resta che una
traccia altrettanto sconnessa, oscura, la cui comprensione è irrimediabilmente
confinata a una sfera individuale.
"Dipingere non è affermare" direbbe Michel Foucault, anche
quando a "dipingere"
è la scrittura stessa.
Chiara
Tavella
1
La questione è trattata nel saggio di Michel Foucault, Questo non è una
pipa, SE Studio
Editoriale,
Milano 1988. a cui si ta riferimento anche più sotto.