Mostra d'arte
di Gianni Pasotti


QUANTA ARTE IN UN BOTTONE!
versione "ridotta"
La
visita al laboratorio di un'artista, soprattutto credo a quello di uno scultore,
è sempre un’esperienza affascinante. Soprattutto se questo atelier si trova
in una splendida casa di pietra, pavimenti di un caldissimo tavolato, aeree
capriate in legno a sostenere un tetto in mattonelle di cotto. Siamo a San Foca,
la casa è di quelle antiche, col caco nel cortile, appena la stufa a legna a
rompere il gelo di gennaio. Ed ecco, nel solaio luminosissimo di una
ristrutturazione ancora provvisoria, una improbabile e magica serie di enormi
foglie in poliestere sovrappone stupore al mio stupore. Partirò da qui, da
questa selva irreale, coloratissima, traslucida, che magicamente si leva dai
piedistalli, cattura la luce, pende dalle travi e si integra in modo così
imprevedibile alla pietra antica, a vista, dei muri. Mi piace pensare così il
mio percorso attraverso l’opera di Pasotti, come un percorso di piano in piano
nella sua casa-laboratorio, un’epoca per piano, nel sovrapporsi casuale e
caotico delle fasi, degli spunti che via via dalle sue parole mi si
ricompongono. Lungo le scale, a scendere, ci accompagnano i quadri, la prima
passione di Pasotti, già prima degli anni Ottanta: pittura astratta, condotta
su poche tonalità contrastanti che sulla tela disegnano sagome, campiture,
linee. Eppure già scorrendo le tele qua e là si ha l’impressione che la
bidimensionalità stesse stretta a Pasotti: la tela si piega, si gonfia in
rilievi e in spigoli vivi, magari sottolineati dalle sfumature di nero su nero,
magari attraverso l’uso di inserti, di deformazioni del telaio. E’ come se
la pennellata vibrasse d’un tratto in avanti e indietro, premesse e gonfiasse
il piano per creare movimento. Questa ricerca del movimento è una costante e
varrà la pena ricordarsene attraversando gli altri piani-epoche della sua
produzione. Ma l’approdo alla scultura curiosamente segue a sua volta le vie
della pittura, nasce come stratificazione, come gioco di piani. E’ la
fase-scoperta del policarbonato, uno fra i tanti materiali che sono passati fra
le mani dell’artista, ma forse il principale. Curioso materiale, a sentirne
parlare Pasotti: liquido come l’acqua, colorabile a piacere, ma destinato a
restare liquido, informe, ascultoreo, non fosse per i componenti che vi si
aggiungono sapientemente (catalizzatori, ritardanti, ecc.) come in una alchimia
d’altri tempi. Materiale tipico dell’industria, di quelli che si stendono
sui pannelli delle cucine, impoetico a prima vista. Ma vi è una magia, almeno
per il profano, in questo solidificarsi, più o meno lento, immagino talora
capriccioso, nelle forme che l’artista ha preparato.
A ben vedere vi è una continuità fra pittura e sculture
di policarbonato, dicevo: là colori da stendere con il pennello, qui liquidi,
da spandere con pipette, bottiglie, anche pennelli credo, in colori da miscelare
creando striature, strati, coaguli. Ma lo sforzo è di conquistare una
tridimensionalità, per aggiunte successive. Lo sapevate che un singolo strato
di policarbonato, nella famosa serie dei fondi di bottiglia, ci mette anche un
mese a indurirsi? e che un’opera completa finisce per richiedere, strato su
strato, anche sei mesi? Ecco la lenta conquista del volume per addizione, a
sconfessare modernamente la nota definizione di Michelangelo secondo cui lo
scultore procede per sottrazione. Dai primi quadri su cui il policarbonato si
distendeva “orizzontale”, dando luogo ad una tela condensata e irrigidita,
irta magari di inserti, vibrata di striature colorate, eccolo via via prender
forma, letteralmente crescere nello stampo. Stampi siliconici consentono di
controllare il passaggio dal liquido al solido, di ricercare con un doppio
passaggio di contenitore contenuto, il dominio sul volume. La ricerca si
sviluppa di tappa in tappa, in un gioco di curiosità e di sperimentazione lungo
e paziente. Le grandi foglie che mi hanno affascinato in solaio, vibranti di
luce, nascono su forme instabili di nylon semirigido, ma si può ignorare lo
stampo impregnando e irrigidendo un vestito, un sacco, si può giocare a
riprodurre un guscio di tartaruga dentro uno stampo che tanto somiglia ad un
carapace non fosse per il surreale di colorazioni improbabili. Alla fine si può
rinunciare perfino allo stampo e ricollegarsi alla lunga serie di bottiglie su
cui l’arte moderna si è industriata a lungo, in continue combinazioni e
suggestioni. Bottiglie di polietilene, di vetro, sono tagliate, deformate,
soprattutto riempite di policarbonato colorato, la famosa acqua magica che
smette di essere acqua e occupa uno spazio, rimanendo magicamente trasparente ma
irrimediabilmente solida. E’ lo spazio da occupare che conta a questo punto, a
prescindere dalla volontà di creare un oggetto nuovo, a prescindere dallo
stampo: lo stampo è esso stesso opera d’arte, ancora una volta quello che
conta è l’intenzione, il gesto, il riempimento nel caso specifico. Nell’ultima
produzione il cortocircuito si fa ancora più stringente. Veicolo della
produzione artistica è lo stampo in silicone, per definizione luogo da riempire
assunto ora a metafora di svuotamento,
di mancanza. E’ la lunga serie delle maschere in silicone bianco, ricavate da
visi di manichini, abortite e destinate a non riprodurre alcunché, a non essere
riempite da nulla. Appoggiate nel loro biancore larvale su supporti di forme
anomale pendono inerti, assumono la forma inconsueta del cubo, del cilindro e
finiscono per entrare nella categoria artistica della deformazione. Talora
schiacciate su un piano, incorniciate in forma innaturale rivelano appena l’origine
umana offrendosi in forme inquietanti (figlie di un manichino sono umanità di
terzo, quarto grado, ma proprio per questo capaci di condensare interrogazioni
profonde). Altre volte sono chiuse in scatole blu, (forme vuote dentro
contenitori, a confondere le categorie cui siamo abituati!), appese variamente a
strutture metalliche instabili: teste ridotte al rango di oggetto, lì per
essere spedite, appoggiate in modo così provvisorio e innaturale. Altre facce
diventano lampada, essa stessa opera d’arte, vibrano di una luce che
suggerisce una vita e un movimento in qualche altre livello di realtà, altre
sono stipate dentro un vecchio cassettone, impressionante collezione di larve.
All’estremo altre facce diventano semplice stampa su lucido, perdono la
consistenza che è il loro primo attributo: immerse in vasi di vetro pieni d’acqua
sono come ectoplasmi cangianti, deformabili al ruotare del contenitore,
impudicamente esposte alla vista, inerti davanti allo sguardo che le plasma a
piacimento. Arte concettuale, a volte, volutamente destinata a trasmettere un
messaggio preciso, portata a svelare più apertamente un’idea, magari una
denuncia. In questo filone si inseriranno le serie di bocche, solo labbra in
poliuretano di un rosso vivo montate in rilievo su lastre di plexiglas:
azzittite da cavi d’acciaio, serrate da corde, diventano metafora proprio di
quel silenzio che spesso avvolge noi tutti che viviamo nel frastuono della
modernità. Arte concettuale anche il bidone della spazzatura, un sacco nero
irrigidito nella colata plastica: un omino seduto sul bordo, uno caduto dentro,
a riproporre con un taglio bizzarro domande di senso profonde.
L’opera di Pasotti, anche dai pochi esempi che a mente ho
cercato di raccontare fin qui, suggerisce percorsi che molta dell’arte moderna
ha tracciato in un susseguirsi di tentativi; il rapporto fra l’oggetto creato
e la natura, l’idea spesso accarezzata da Pasotti di una “natura artificiale”
(“I colori che assume nel poliuretano sono più belli di quelli veri”
commenta divertito mostrandomi un guscio di tartaruga e vari calchi che ne ha
ricavati, mentre ancora mi tornano in mente le grandi foglie che popolano la
soffitta). Ma centrale è anche il complesso rapporto fra arte e produzione
industriale. La riproducibilità innanzitutto, uno degli elementi indagati da
tempo e che trova il suo riferimento più evidente proprio nello stampo: serie
di teste, di labbra, di bottiglie. Ma in Pasotti questo elemento si affianca a
quello di una artigianalità indefessa: ogni oggetto ha traccia di una
singolarità, di una pazienza artigiana. O la presenza degli oggetti di scarto,
degli scarti industriali che riprendono nuova vita: bottiglie vuote in
polietilene, taniche che riacquistano la dignità e preziosità nel poliuretano
colorato che Pasotti vi cola, guanti da lavoro usati e riempiti, motorini
elettrici recuperati, vasi di vetro. Il movimento, ecco un’altra guadagno che
a Pasotti deriva forse dalla modernità: famosa una sua installazione
a San Vito in cui una altalena vuota oscillava ossessiva sul calco di un
viso, immerso in un groviglio di tubi, ma in movimento anche i piedistalli con
le sue teste, in movimento anche i suoi manichini. E’ una delle estensioni
dell’arte anche questa: arte che ingloba il sostegno, arte che trapassa dal
calco alla forma mantenendo entrambi, arte che appunto rifiuta una definizione,
una stabilità, per ricercare un divenire, una quarta dimensione come quella del
tempo. Talora basta un vecchio motorino elettrico, talora l’intermittenza
della luce per affrancare l’oggetto da sé stesso, dalla sua immobilità che
sa di morte.
Quella dei manichini è un’altra storia ancora: nel
manichino il problema del corpo che per millenni ha impegnato l’arte è
superato, bypassato con un salto. Il corpo resta ora come oggetto, può essere
smembrato, è da decostruire e basta, da ricontestualizzare. Una gamba che
oscilla su un perno, ispirata a una Madonna lignea che il tempo ha privato di
una gamba, scarpette vezzose di silicone bianco a umanizzare certe gambe snelle
da modella, manichini rovesciati che acquistano così un’illusione di vita. E’
gioco, certo, come tutta l’arte, ma talora si condensa in aforisma potente:
“I sinistri si salvano sempre, i destri li gettano via consumati” osserva l’autore
commentano la serie dei suoi guanti da muratore usati; “Spesso la parte che
manca è quella più interessante” sentenzia davanti alla gamba oscillante di
un manichino.
Artista autodidatta e curioso (“Non approfondisco mai, mi
piace andare oltre”), inserito da anni nel gruppo di artisti del Punto 6 e
presente in numerose mostre collettive e personali (), Pasotti è dunque artista
difficile da afferrare, da riassumere in poche righe. Uno di quelli che non
amano fermarsi, che ti chiamano ad inseguire con loro qualcosa, una traccia, una
suggestione, e che sanno fartela rivivere con la stessa emozione. Quella stessa
del bambino che scopre curiose simmetrie, o assimetrie, del mondo, quella che
cerchiamo noi quando ci affacciamo nel mondo dell’arte.
Usciamo e parliamo d’altro, completiamo un giro,
visitiamo la sua piccola azienda. Ha disegnato e fabbricato bottoni per trent’anni,
Pasotti, bottoni di poliestere per cappotti. E tante linee mi si saldano
improvvisamente: arte, artigianato, industria, materiali, tentativi, movimento.
Mi affascina questa idea di un’arte che si salda così fortemente alla realtà
della vita, che vive di osmosi fra gratuità della fantasia e necessità dell’azienda.
Arte vissuta sulla propria pelle, vien da dire, e scopro addirittura che un’allergia
ai materiali (concretissima malattia aziendale) ha segnato la nuova predilezione
per il silicone. “E’ incredibile quante cose ci possano stare nel cerchio di
un bottone” mi dice ridendo del mio stupore. E’ incredibile quanto lontano
si possa andare partendo dai bottoni, mi vien da pensare.
Paolo Venti