Mostra d'arte di
Gianni Pasotti

Nel solaio, sotto aeree capriate in legno antico, una
improbabile e magica serie di enormi foglie in poliestere crea una selva
irreale, coloratissima, traslucida, che cattura la luce e si integra in modo
suggestivo alla pietra antica. Si può pensare il percorso attraverso l’opera
di Pasotti come una discesa di piano in piano nella sua casa-laboratorio, un
sovrapporsi di fasi e spunti che dalle sue parole mi si ricompongono. Lungo le
scale, a scendere, ci accompagnano i quadri, la prima passione di Pasotti, anni
Ottanta: pittura astratta, poche tonalità contrastanti che sulla tela disegnano
sagome, campiture, linee. Si ha l’impressione che la bidimensionalità stesse
stretta a Pasotti: la tela si gonfia in rilievi e in spigoli, sottolineati dalle
sfumature di nero su nero, dall’uso di inserti, di deformazioni del telaio. La
pennellata vibra avanti e indietro, preme e gonfia il piano per creare
movimento. L'approdo alla scultura segue a sua volta le vie della pittura, nasce
come stratificazione, gioco di piani. E’ la fase-scoperta del poliestere, uno
fra i tanti materiali passati fra le sue mani, forse il principale. Materiale
dell’industria, a prima vista impoetico, ma vi è una magia in questo
solidificarsi, più o meno lento, talora capriccioso, nelle forme che l’artista
ha preparato.
Continuità con la pittura, dicevo: là colori da stendere
con il pennello, qui liquidi da spandere con pipette, bottiglie, da miscelare
creando striature, strati, coaguli. Ma lo sforzo è di conquistare una
tridimensionalità, per aggiunte successive, con pazienza (un’opera completa
richiede anche sei mesi), in una lenta conquista del volume per addizione. Dai
primi quadri su cui il poliestere si adattava alla tela, eccolo prender forma,
crescere nello spazio. Stampi siliconici consentono di controllare il passaggio
dal liquido al solido, di ricercare il dominio sul volume, l'equilibrio di
contenitore-contenuto, in un gioco di sperimentazione lungo e paziente. Le
grandi foglie del solaio, vibranti di luce, nascono su forme instabili di nylon
semirigido, ma si può ignorare lo stampo impregnando e irrigidendo un vestito,
un sacco, o inglobare lo stampo nell'opera stessa: bottiglie di polietilene, di
vetro, sono tagliate, deformate, riempite di poliestere colorato, di "acqua
magica" colorata e solida. E’ lo spazio da occupare che conta ora, a
prescindere dalla volontà di creare un oggetto nuovo: quello che conta è l’intenzione,
il gesto, il riempimento nel caso specifico.
Nell’ultima produzione il cortocircuito si fa ancora più
stringente, lo stampo in silicone è
assunto ora a metafora di svuotamento,
di mancanza. E’ la serie delle maschere bianche, ricavate da manichini,
abortite e destinate a non essere riempite da nulla. Appoggiate nel loro
biancore larvale su forme anomale, pendono inerti, entrano nella categoria
artistica della deformazione. Schiacciate su un piano, incorniciate, rivelano
appena l’origine umana offrendosi in forme inquietanti; figlie di un
manichino, umanità di terzo, quarto grado, ma capaci di condensare
interrogazioni profonde. Altre sono chiuse in scatole blu, ridotte a oggetti da
spedire, appese in modi provvisori a strutture metalliche; altre diventano
lampada, vibrano di una luce che suggerisce una vita in qualche altro livello di
realtà, o magari sono stipate dentro un vecchio cassettone, impressionante
collezione di larve. Altre all’estremo diventano semplice stampa su lucido,
perdono la consistenza che è il loro primo attributo: dentro l'acqua sono
ectoplasmi cangianti, deformabili al ruotare del contenitore, impudicamente
esposte alla vista, inerti davanti allo sguardo che le plasma a piacimento.
Arte concettuale, a volte, destinata a trasmettere un
messaggio, una denuncia. In questo filone si inseriranno le serie di labbra in
poliestere rosso vivo montate su lastre di plexiglas: zittite da cavi d’acciaio,
diventano metafora di quel silenzio che avvolge noi tutti nel frastuono del
presente. Pasotti attraversa percorsi di grande modernità; il rapporto fra l’oggetto
creato e la natura, l’idea di una “natura artificiale” (“I colori che
assume nel poliestere sono più belli di quelli veri” commenta divertito
mostrandomi i calchi di un carapace di tartaruga giocato su colorazioni
improbabili). Ma centrale è anche il rapporto fra arte e produzione
industriale, innanzitutto l'aspetto della riproducibilità, che trova il
riferimento più evidente proprio nello stampo e nella serialità. Ma questo
elemento si affianca a una artigianalità indefessa: ogni oggetto ha traccia di
una singolarità, di una pazienza infinita. All'industria rinvia anche la
presenza di oggetti di scarto che riprendono nuova vita, riacquistano dignità e
preziosità nel poliestere colorato (guanti da lavoro usati, vasi di vetro).
Il movimento è un altro guadagno che Pasotti deriva dalla modernità:
un'altalena vuota oscilla ossessiva, come oscillano i piedistalli, le teste, i
manichini. E’ una delle estensioni dell’arte: arte che ingloba il sostegno,
trapassa dal calco alla forma, rifiuta una definizione e ricerca un divenire, la
quarta dimensione del tempo. Basta un vecchio motorino elettrico, l’intermittenza
della luce per affrancare l’oggetto da sé stesso, dalla sua immobilità che
sa di morte.
Quella dei manichini è altra storia ancora: il problema
del corpo è superato con un salto e il corpo resta come oggetto, da smembrare,
da decostruire e ricontestualizzare. Una gamba oscilla su un perno, scarpette di
silicone umanizzano gambe da modella, restituiscono illusione di vita. E’
gioco, come tutta l’arte, ma talora si condensa in aforisma potente: “I
sinistri si salvano sempre, i destri li gettano via consumati” osserva l’autore
commentano i suoi guanti usati; “Spesso la parte che manca è quella più
interessante” sentenzia davanti alla gamba oscillante.
Artista autodidatta e curioso (“Non approfondisco mai, mi
piace andare oltre”), inserito da anni nel gruppo di artisti del Punto 6 e
presente in numerose mostre collettive e personali, Pasotti è difficile da
riassumere in poche righe. Uno che non ama fermarsi, che ti chiama ad inseguire
una traccia, una suggestione, e che sa fartela rivivere con emozione. Quella del
bambino che scopre curiose simmetrie o asimmetrie, quella che cerchiamo noi
quando ci affacciamo nel mondo dell’arte.
Paolo Venti