Associazione Culturale "Medianaonis"

Giammarco Roccagli
Home ] Su ] Pope ] [ Giammarco Roccagli ] Novello ] Calendario 06 ] Bidese ] Carrer ] Crivellari ] Dirindin ] Marian ] Onesti ] Pasotti ]

 

Foto Roccagli

 

Mostra d'arte 
di Giammarco Roccagli

Fare pittura significa fare contemporaneamente un discorso sulla pittura, assumere consapevolezza metalinguistica degli strumenti impiegati e dello scollamento inevitabile che si stabilisce tra i due momenti dell'operazione. [...] Sul versante della Nuova Pittura il procedimento ridà valore al gesto più analitico e controllato della mano [...]. Si pone, a questo punto, il problema dei rapporti tra l'idea, l'esecuzione e l'opera: problema centrale nella riflessione e nella pratica artistica d'oggi.

Filiberto Menna, La linea analitica dell'arte moderna, Einaudi, Torino 1973.

 Proviamo a metterci di fronte a un lavoro di Giammarco Roccagli - magari proprio a uno di quelli più recenti, in cui la misura dei cerchi si ingrandisce e la frequenza loro si fa più lenta e scandita - e a concedere al nostro occhio un tempo un po' più lungo di quello che solitamente accordiamo alla visione, soprattutto di un'opera d'arte.

Bene: a questo punto i colori violenti e dissonanti cominceranno a prendere il sopravvento, i cerchi a vibrare e ad espandersi nello spazio circostante, anzi a risucchiare questo spazio, che è quello dell'esperienza e della "realtà", e a mangiarselo dentro la loro inesorabile e impenetrabile unicità dimensionale.. .

Un modo forbito per dire che "ballano gli occhi"? Non solo.

La pittura di Roccagli ha un forte potenziale contaminante, è

un morbillo multicolore che virtualmente dilaga in ogni dove - vedi il risvolto della tela sul dorso del telaio, dipinto anch'esso come a suggerire che la sequenza dei cerchi continua idealmente oltre il quadro; vedi alcune installazioni, che per certi versi rendono più manifesto e anzi amplificano, con una spiccata sottolineatura ironica, questo principio ­ricordo quella per l'edizione 2000 della rassegna Hicetnunc, a Villa Manin, in cui il salone d'onore della villa si presentava rivestito di un turbinio di pois colorati; o l'installazione di poco posteriore all' Antico Ospedale dei Battuti di San Vito al Tagliamento, costituita da un'immagine di questi cerchi proiettata attraverso dei vetri che falsavano i piani e, nel buio, annullavano fin la percezione delle dimensioni della stanza, del sotto e del sopra.

Chiaro dunque che la pittura di Roccagli non ha lo scopo di "piacere" ma mira a spiazzare lo spettatore, a confonderlo, addirittura a infastidirlo - e questo riesce soprattutto nei lavori più recenti, dove i colori stridono acidi e perdono anche quel minimo di "piacevolezza" che poteva derivare, nella fase precedente, da un certo accordo tonale o da velature e sovrapposizioni di strati che potevano suggerire una qualche profondità.

Ora no, ora queste tele non permettono allo sguardo di riposare e costringono lo spettatore a spostare l'attenzione sull '"agire" che precede l'oggetto pittorico in sé - non a caso la ricerca di Roccagli nasce comportamentale, nasce cioè, alla metà circa degli anni '70, come una forma d'espressione dove l"'oggetto" non c'è proprio e ciò che è arte è ciò che avviene. E anche quando sopraggiunge la pittura, l'accostamento è a quel movimento, la Nuova Pittura, che, proseguendo e rinnovando una "line analitica" affermatasi all'inizio del secolo con l'astrazione geometrica, persegue l'azzeramento del linguaggio visivo ai minimi termini non solo in funzione analitica, ma dietro la spinta di una utopistica istanza ideologica, quella di creare opere che annullino la loro oggettualità e il conseguente "valore", per sfuggire alla "mercificazione" dell'opera nell'era in cui tutto, anche l'arte più ostica e "an-estetica", è diventata oggetto di facile consumo.

"Ciò che avviene prima" dell'opera, si diceva: un procedimento lungo e meticoloso, che comincia fin dalla preparazione della tela e prosegue con la stesura del colore di fondo e poi dei dots, uno a uno, facendo attenzione che non vi siano sbavature; tutto a pennello, tutto con cura, in un'atmosfera che - mi piace immaginarlo - è di silenzio e di fortissima concentrazione. E questo non per cadere nel logoro topos dell"'artista artigiano", quasi a riscattare con il pregio del "fatto a mano" quello di un "bello" che non c'è, ma perché è proprio il carattere maniacale, ipnotizzante di questo fare che resta sulla tela e si comunica a noi.

Nel flusso multiforme che ci circonda queste opere interpongono un 'isola di forme e colori impossibili, assolutamente, letteralmente "astratti" dalla realtà; una frattura nello spazio-tempo circostante, un taglio sullo schermo delle nostre percezioni quotidiane, da cui fuoriesce non il profumo di chissà quali dimensioni spirituali, ma più semplicemente una bolla di sospensione, uno stacco percettivo che lascia soltanto il tempo, lo spazio, per una domanda.

Quale? Non si sa. Per Roccagli è, di fondo, quella sull'Arte tout court, e sulla propria arte personale, non senza un ammiccamento ironico, auto-ironico!, che gli inclina la pipa all'angolo delle labbra e gli fa brillare gli occhi di un'espressione un po' furbetta. Per noi sarà questa o un'altra, poco importa, l'importante è che ci sia, anche se si esaurisce e presto scoppia, come una bolla di sapone, nel nulla.

Chiara Tavella