Associazione Culturale "Medianaonis"

Casolo
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Foto Casolo

 

Mostra di
Marco Casolo

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dal 13 al 28 ottobre 2007 - inaugurazione 13 ottobre 2007 ore 18.00
interviene Fulvio Dell'Agnese (un suo intervento è leggibile dal depliant qui riprodotto)

Converse

Per un patito del cinema di Bresson come me, il titolo di questa mostra ha riportato subito alla mente La conversa di Bellori, col suo acuminato bianco e nero. Poi Marco mi ha spiegato che le sue Converse sono elementi strutturali di un fogolàr, le cartilagini ferrose di un'antica casa friulana emerse con dram­matica esattezza di contorni dalle ceneri scomposte dell'edificio che le inglobava. Ma il ricordo della novizia bressoniana con il volto incorniciato dal soggolo bianco non mi ha abbando­nato, perché come nella narrazione per immagini del regista francese anche nelle opere di Casolo una delle chiavi di lettura che mi sembra di percepire è l'addensarsi dell'inquadratura, il concentrarsi dello sguardo su una sezione di realtà formalmente auto­noma, che riesce forse a dischiudere nel dettaglio una scheggia di senso del flusso ampio, all'apparenza incontrollabile, di cui è parte.

Quel flusso, nella cui dilatata dimensione temporale annega ogni approdo di asciutto raziocinio, era già in qualche modo costitutivo delle sue opere di una quindicina d'anni orsono, nelle quali un ritmo ad onda testimoniava un metodo di lavoro fondato sul musicale scorrere dei frammenti. Le tessere del collage sono state - rispetto ad allora -assimilate dalla materia, che le rende alla superficie con ritmi quasi di contrazione muscolare, di risacca; importante rimane infatti l'improvvisazione che indirizza il processo esecutivo, seppure all'interno di un controllato principio di accostamenti e stratifica­zioni, in cui gli andamenti orizzontali si propongono con la ritrosa evidenza di una sezione di sedimenti.

Ma si diceva delle Converse: relitto di un incendio, esse diventano l'occasione per scoprire luci più profon­de, di quelle che covano ancora, come sotto la brace o negli anfratti di trasparenza di un Cellotex di Burri. Sobbollimenti della superficie vengono esaltati dall'artista scoprendo nelle rugose cicatrici del materiale il muto persistere di un crepitio, di bagliori ormai freddi, ridotti a sulfurea memoria. Differenti quindi da quelli solari, ariosi, che sembra­no connotare la maggior parte delle altre opere recenti, come se li fosse la luce diurna a screpolare gli spessori terrosi, nello scorrere del tempo; sebbe­ne anche nelle grandi tecniche miste, a ben guarda­re, qualcosa di ambiguo si muova, e cangianze artificiali si intrudano in un mondo fossile. Nell'uno e nell'altro caso, quello che viene realizza­to è in fondo un autoritratto: quello individuale dell'artista che si costringe con passione ad uno scavo che costa sofferenza, che espone ogni volta al piccolo o grande dolore di un riesame per avvici­nare la possibile scoperta; e quello collettivo di noi tutti, accumunati in una condizione esistenziale che alterna banali evidenze quotidiane e squarci sul profondo alla cui vertigine è forse il caso di avvici­narsi - come l'arte può fare - solo con un sussurro.

Fulvio Dell'Agnese

Pordenone, settembre 2007

 

MARCOCASOLO

nato a Gemona del Friuli nel 1951 vive e lavora a Porcia PN in via Roma, 24 - 0434.922553

marco.casolo@fastwebnet.it - www.marcocasolo.it

Espone dal 1977

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X° grado scala mercalli/2 a cura di M. Pedron

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Un viaggio in Sardegna.

Attraversare il mare per raggiungerla. Attraversarne il territorio respirando il profumo della macchia e dei boschi. Immergersi nei colori aspri delle alture e delle pietre scolpite dalla natura o dalla mano dell’uomo.

Immergersi negli azzurri del cielo e del mare; le impressioni e le immagini giungono sole ma spesso si accavallano, si avviluppano come strati accumulati dal vento del maestrale o della corsa lungo le strade. Ripartire. Ritornare in un’altra terra, dai colori diversi, più tenui, dalla vegetazione più abbondante e morbida. Una terra che propone immagini conosciute ed amate. E trovarsi con nuove immagini forti che non si vogliono dimenticare. Che sono amate quanto le altre.

Ed al ritorno a casa quelle sensazioni ormai quasi familiari -i rossi, i blu, gli ocra di quella terra amica chiedono di non essere dimenticate. Divengono così materiale per stendere degli appunti di viaggio. In questo modo le terre, i territori ed i mari in cui si snodano i percorsi ed i cieli che li sovrastano, le forme degli oggetti e dei paesaggi incontrati, con i loro colori ispirano le forme ed i colori con cui l’artista struttura le sue opere. Per fissare, con la trasfigurazione di ciò che ha incontrato, un momento importante del suo vissuto e rendercene partecipi.

In passato i colori, le forme ed i gesti del fare pittura sono stati oggetto dell’indagine artistica di Marco Casolo in maniera, per certi aspetti, quasi analitica, nel senso che Casolo ha portato di volta in volta la sua attenzione solo su una delle tre variabili per verificare le conseguenze che questo comportava sulle altre due. Con le esperienze più recenti, invece, Casolo è giunto a considerare le tre variabili (gesto, colore e forma) come contemporaneamente e reciprocamente dipendenti. Così i colori visibili non sono il risultato di una miscela, ma l’esito della sovrapposizione di strati successivi di colori diversi che interagiscono anche per trasparenza; le forme non sono date da segni privi di spessore tracciati su una superficie, ma sono corpi tridimensionali creati dalla stratificazione dei colori; ed in quelle forme i gesti dell’artista, dopo averle create, procedono a violarle graffiando e scavando quasi nella preistoria dell’opera, nel tentativo di farne emergere l’inconscio affinché esso interagisca con la superficie manifesta. Mai però, in nessun caso, si è accontentato del risultato raggiunto per utilizzarlo come “pittura normale”: attività, cioè, in qualche modo codificabile in un insieme di regole. Ha invece sempre praticato una “pittura rivoluzionaria”, nella quale le regole hanno avuto un valore sempre e solo transitorio, in una continua tensione verso un traguardo che è infinitamente lontano, dunque irraggiungibile e perciò privo di significato. Ma un valore questo traguardo lo acquisisce per il fatto che le opere prodotte per raggiungerlo alleviano il dolore e percorrono la distanza: esse sono la narrazione, il resoconto delle tappe del viaggio attraverso i luoghi nei quali si svolge l’esistenza.

Roberto Cocco