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Fadel
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Foto Fadel

 

Mostra d'arte
di Bruno Fadel

 

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LE FORME E I GROVIGLI
NELLE CARTE DI BRUNO FADEL

  Castions di Zoppola, 28 febbraio 2009

  La mostra di Bruno Fadel inaugurata presso la Galleria d'arte di Castions di Zoppola si intitola Carte e in effetti propone una serie di splendidi lavori su carta. Da qui si potrebbe partire per tentare una rapida visita delle opere di questo artista.

Bruno Fadel, diciamolo subito, si confessa affetto da un vero e proprio feticismo della carta, come ama dire lui, nel senso che colleziona carte, di tutti i tipi, preziose, antiche. Il supporto non è indifferente, è ovvio, e la carta è diversa dalla tela. Quanto questa si pone come definitiva, impegnativa, impermeabile, tanto quella si presenta come effimera, labile, fragile. La carta in se stessa è supporto per appunti, per schemi e progetti che non vogliano porsi come definitivi ma siano perennemente in fieri. La carta è il luogo della sperimentazione e della provvisorietà. Ne è conferma la rinuncia di Fadel anche all'ipotesi di serialità che alcune tecniche di incisione su carta consentirebbero. L'esemplare deve restare unico, con quanto di provvisorio e approssimativo questo comporta.

Eppure sulla carta, così fragile e di poco prezzo, si gioca un accadere, una azione che mi verrebbe da definire epica. Protagonisti, agenti, sono le forme, pittoriche intendo, i rettangoli, le macchie, mentre azione, o meglio traccia di azione, sono le linee, i ghirigori, il groviglio. Su questi due poli opposti si gioca, mi pare, la dinamica insita nelle carte di Bruno Fadel.

Da un lato il peso delle cose, la loro sostanza, ovvero le superfici e le figure dipinte, in termini pittorici: nere, grigie, bianche, color terra come ad evocare una primitività e una concretezza originaria, un'aderenza al mondo. Vi è un raccordo evidente, a mio avviso, con la pittura iperrealista di Fadel, con i plinti massicci che si impongono nello spazio, che stanno potenti e quasi prepotenti. Vi è in questo piano l'idea dello stare, del consistere, dell'esserci, a voler dire in termini metafisici. Non è, si badi bene, un dato proposto in modo semplicistico, una banale constatazione della realtà delle cose. A volte infatti si tratta di un consistere per sottrazione, quando le sagome sono come strappate rispetto allo sfondo, sono risparmiate ed evocano più un mancare, un'assenza che un esserci consolatorio e compiutamente definito. Oppure si dà la frattura della forma, in certe figure inarcate dove chiari si mostrano i segni della rottura, la scomposizione di una regolarità, la distruzione. Oppure l'essere è dato in un suo equilibrio instabile di forme sospese che alludono ad una provvisorietà, anticipando un divenire piuttosto che constatare un essere, un esserci: come se dell'azione imminente fosse fotografato l'attimo impercettibile del suo avviarsi.

L'altro modo, dicevo, è l'andare, l'azione delle cose, quasi un muoversi e un interagire delle forme, delle macchie. E' il segno, la traccia, il groviglio in cui si condensa l'idea di questo andare, forse il ricordo di una azione che si è svolta o, in altri casi, piuttosto il progetto di un'azione che si pianifica. La carta diventa così lo spazio, il teatro quasi, in cui si agisce uno scontro-incontro: mi viene da dire la sede di un episodio epico, con quanto di sacrale e solenne questo comporta.

Vi è anche qui, a mio avviso, un'analogia che rimanda in modo interessante alla produzione su tela di Fadel, a quel ciclo delle strade in cui la tela ospita un andare, il pennello traccia corsie suggestive verso un altrove lontano e problematico.

  Su questi due modi dell'esserci, la forma e il percorso, si innestano una serie di situazioni chiave della pittura di Fadel che la mostra documenta ampiamente. Intanto l'idea della stratificazione, quando forma si sovrappone a forma, magari nella tecnica del collage o dell'inserto materico. A dire che l'essere non permane, ma altre forme sopravvengono, si alternano, e la forma stessa non resta uguale ma si ripropone diversa, parte di se stessa, multiplo di se stessa.

Oppure la figura del naufragio, del relitto che percorre molta della produzione di Bruno Fadel, a dire che la forma è irrimediabilmente residuo di sé, è quanto rimane dopo il groviglio che devasta e che frantuma. A dire che l'essere mai si dà intero ma le forme disordinate che popolano la superficie sono tutto quanto rimane, e di questo occorre accontentarci, con questo fare i conti.

O, ancora, la forma modernissima dell'annullamento: si osservino certi quadri in cui una forma, un quadrato  è ripetuto in una serialità, salvo essere barrato, annullato appunto, nelle ultime ricorrenze. Torna l'idea della serialità, ancora una volta rifiutata: l'essere non permane, non ha senso clonare tele e carte e non ha senso la replica della forma. La serialità, al limite, è un discorso di annullamento.

Un'altra modalità che questa dialettica forma-groviglio assume nelle carte di Fadel è l'architettura in cui appunto consistono forma, peso da un lato e segno, groviglio dall'altro: l'architettura diviene la disciplina che tenta una sintesi, tenta di ordinare il gioco e lo scontro, ma non è un caso che lo sforzo resti al livello di "Abbozzo di", "Studio per", "Schizzo di" qualcosa, e che il groviglio si inserisca anche qui prepotente: non vi è più contenitore che imponga una norma perché le cose deragliano, sono chiamate irrimediabilmente al movimento e allo scontro.

Stratificazione, annullamento, architettura introducono evidentemente una terza dimensione del gioco, la dimensione del tempo, che è in Fadel la dimensione dell'instabilità. "Si è quel che si era" ama ripetere Bruno: come la forma sulla carta è ricordo di un percorso, è uno stadio, così è di noi, e di questo soprattutto vuole rendere conto l'artista.

La carta si presenta dunque come diaframma esile ma complesso, aperto ad altre dimensioni, come a sfogliare un libro aperto a caso, appunto in un duplice movimento, verso la sua fine naturale oppure a ritroso. In molte opere troviamo finestre che si aprono oltre, buchi, come a suggerire la possibilità di sprofondare, la paura-attrazione di un baratro che sta di là. In altre la sovrapposizione sembra suggerire il contrario, allude a qualcosa che esce dalla superficie della carta, che ti viene incontro,

A ben vedere è l'idea dello sfogliare: la carta non è una superficie semplice ma ha in sè la stratificazione, ha una vocazione a diventare libro. Foglio ha la radice dello sfogliare e quel diaframma così esile rivela una complessità e una tridimensionalità inaspettati. Vi è una evidente continuità allora con l'installazione che Bruno Fadel ha esposto, un fascio di libri, di faldoni legati su cui l'artista ha tracciato segni, ancora ghirigori. Il libro va pensato qui come carta a strati, e di riflesso le carte appese alle pareti sono in fondo libri da sfogliare: la mostra va attraversata così, sfogliando. I quadri si percorrono come libri, provare per credere.

Pensando al libro un'altra riflessione viene suggerita dalle carte esposte. E' la relazione stretta che si instaura fra groviglio e scrittura. La linea curva che si ripiega su di sè, un trascorrere delle forme che diventa segno, senza che tu ti accorga diventa un discorrere, una grafia. Lo scarabocchio a tratti acquista figura di lettera, e la lettera si fa parola, appunto che emerge dalle cose. Il groviglio come segno di una realtà in divenire è già segno della scrittura: l'accadere è già racconto di un accadere se nel ghirigoro c'è nascosta una lettera. La scrittura è nelle cose, è traccia di un andare, è narrazione simultanea all'atto.

Complessa da percorrere, allora, la proposta di Fadel. In una stanza, in una carta tanti discorsi complessi, su una superficie la tridimensionalità, su un foglio il teatro di un'azione, in uno scarabocchio il racconto che si dipana in parole, si fa discorso di sé. Tutto in una carta: sembrava tutto così semplice e invece…

Paolo Venti