Associazione Culturale "Medianaonis"

Toppo 2007
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COME UN COLORATO RACCONTO

 (articolo per la mostra di Toppo - ottobre 2007)

Ogni visita nel laboratorio di Mariarosa Maccorin è una sorpresa: la ritrovi nelle sue tele per un tratto ben definito e al tempo stesso è altra, ha aggiunto qualcosa. L’ultima volta mi hanno abbagliato certe tele grandissime e coloratissime dove il colore si apre a entusiasmo di luce, in vampate che respingono sullo sfondo i neri, le ombre. Sembra che tanta luce e tanta vitalità non stiano più dentro, letteralmente, nel circolo breve della cornice: ricordi, emozioni, luoghi si dilatano e potenzialmente sconfinano oltre. Questa sensibilità alle atmosfere, la capacità di lasciarsi attraversare dall’oceano luminoso, dal canyon infuocato o magari dalle ardesie nere della Germania sono davvero la forza di questa sua pittura in cui percezione e astrazione si chiudono in cerchio perfetto..

La visita è un’occasione per ripercorrere all’indietro le fasi della produzione di Mariarosa, numerose ormai e ben documentate in questa mostra. Mi scorrono davanti le tele in acrilico dominate da griglie nere che lasciano filtrare per magia colori di sogno, variazioni di aurore rosate o evocazioni di finestre nella notte. I colori erompono dagli squarci, ancora prigionieri ma vivissimi. Ed ecco ancora le tele con i “grattamenti”, dove una superficie di colore si sovrappone all’altra e il quadro si forma in un gioco di sottrazioni a spatola, una rete di graffi sapienti che riporta in superficie ciò che è nascosto. Ne derivano profili complessi di metropoli urbane, intrecci di tubi, visi prigionieri di maschere inquietanti, rigorosamente giocati su tricromie essenziali di bianco rosso nero. E più indietro ancora le xilografie dove un segno grafico ripetuto, un “signum” scolpito con la sgorbia, si replica colorato su carta e tela a formare trame di significato, varia di colore, si ripropone nella sua natura compiuta e al tempo stesso mutevole (questa fra compiuto e mutevole è una delle tensioni più utili per decodificare l’opera di questa artista). La ricerca della Maccorin si snoda più indietro ancora in campiture di colori appena sfumati e rassicuranti, in paesaggi decostruiti, al confine fra il figurativo e l’astratto. L’astratto si conquista, vien da dire riprendendo in mano le ultime opere dell’artista, e meglio se ne coglie lo spessore dopo averne attraversato il divenire, in questa mostra finalmente sciorinato di piano in piano, di parete in parete. E l’astratto una volta conquistato sa restituire per magia l’emozione reale, il paesaggio, la luce, la figura.

La mostra consente un secondo importante itinerario, che segue piuttosto le vie della grafica ma si intreccia utilmente con il precedente. La ricerca sul segno diventa ricerca dell’essenzialità, curiosamente inversa rispetto alla recente esplosione coloristica di cui si è detto. Una felice serie di chine, vigorose nella scelta dei contrasti, dal segno essenziale alla campitura piena, oppure le serie di monotipi creati con magia di gesto, o la serie di silhuette che sembrano ricercare l’essenzialità del tratto fino a ridursi a piega, curva, grafema.

Terzo dei tanti percorsi che il visitatore saprà trovare è proprio quello del gesto, del tratto, la ricerca  quasi di una terza dimensione della pittura, quella del tempo, del divenire. La lastra subisce insolite modificazioni successive, il disegno è fissato nelle sue diverse fasi come a tracciare una storia, a documentare il suo divenire. Anche il visitatore entra allora nel meraviglioso mondo di tracce e di colori di questa artista, diventa partecipe della sua inesausta curiosità e, se ascolta con attenzione, può ascoltare il dipanarsi di un affascinante racconto colorato.

Paolo Venti