Mostra d'arte
di Mariarosa Maccorin
L'irrequietezza del colore
La ricerca ininterrotta ed un
senso di continuo stupore sono le caratteristiche colpiscono di più
nell'atelier di Mariarosa Maccorin. Una passione antica, quella del dipingere,
rimandata, pensata, meditata per anni prima di raggiungere i livelli che oggi le
vengono attribuiti da riconoscimenti europei e internazionali. E' come se il
colore avesse atteso a lungo, mentre lei percorreva altrove le strade della
vita, e fedele rispondesse oggi alle sue felici intuizioni e alle richieste
esigenti. Scalino dopo scalino è come ripercorrere la felicità di questo
re-incontro: dagli acquerelli in cui l'occasione figurativa inizia a scomporsi
in macchia di colore, in alone, traccia, alle xilografie in cui l'antico gesto
dell'incisione su legno restituisce intrichi da replicare all'infinito,
ideogrammi-cifra, dagli oli che trattengono tutta la solidità del colore al
collage che attraverso la via del recupero dà vita ad assemblaggi suggestivi.
Poi l'intermezzo "orizzontale", per così dire, in cui il colore si
distende regolare, in perfette fasce parallele, appena sfumate, cercando il
contrasto cromatico, con una finalità squisitamente decorativa; giallo azzurro
come lunghe alternanze di acque-spiagge-cieli ridotti all'essenzialità di fasce
per il gusto dell'occhio. E' l'anticamera, di una serenità apollinea verrebbe
da dire, che prelude alle tensioni della produzione più recente della Maccorin,
produzione del tutto matura perché attraversata da segni grafici
riconoscibilissimi, da tecniche, temi e cromatismi ben definiti. Curiosa intanto
la scelta predominante del "dipingere per sottrarre": un gioco
dialettico fra lo sfondo adagiato preliminarmente sulla tela, coperto da altro
colore e poi rivelato a tradimento dal gioco della spatola. Un "dipingere
per sottrarre" che ricorda suggestioni scultoree ma che all'autrice
consente la sorpresa: equilibrio sospeso fra quanto in questa procedura è
prevedibile, progettabile, e quanto è magia, casualità, disvelamento, scoperta
appunto. L'occhio capace dell'esperto e quello stupito del bambino che ogni
volta fanno lo sguardo dell'artista. Ne nascono serie di tele che
provvisoriamente definiremo astratte: grandi campiture nere che rivelano per
striature e strappi i rossi e i bianchi che aspettano sullo sfondo. La cifra del
bianco-nero-rosso non esclude altre vie di sperimentazione cromatica, ma pare
diventata una scelta di essenzialità, di verità verrebbe da dire. Niente più
di rassicurante e decorativo: e non sarà un caso che da questa nuova fase siano
esclusi quasi sistematicamente la tranquillità dell'orizzontale e dell'azzurro.
Ad infierire sulla tela, a sottrarre colore, emergono ora visi prigionieri,
profili legati e incatenati in una drammaticità mai gridata né ossessiva ma
tanto vera e quotidiana. Oppure emergono città, intrichi di mura e torri
indistricabili che restituiscono tutta l'incertezza di chi cerca di muoversi in
uno spazio che non sente più suo, sia di volta in volta la Berlino nel suo
recente errabondo divenire sia magari l'incrocio di una città qualunque.
Ricerca espressionista, è stato detto da un critico, e lo è davvero nella
disponibilità a giocarsi fino in fondo: a preparare intanto le condizioni
estreme del contrasto, ad accettare poi la scommessa di un risultato che dipende
solo in parte da sè, a riconoscersi infine in quello che viene, facendosi
raccontare qualcosa di sè dalla tela compiuta, se occorre. Un suggestivo
circuito fra il sè che si accinge all'atto pittorico e il sè che si scopre al
termine, analogo all'anello che spesso si intravede a livello di
contesto-interpretazione. Anche l'opera più lontana da ogni tentazione
figurativa, infatti, rivela il luogo in cui è stata creata, siano le ardesie
nere di Böhlen siano i prati verdi della Turingia, e anche a prescindere da
questo rinvia ogni volta, ex post, ad una lettura che dai colori ricrea per
suggestione un senso figurativo. Questa osmosi fra il segno grafico-cromatico
libero e la ricomposizione di un'immagine si può verificare anche a ritroso se
è vero che i pochi quadri a vocazione figurative, come certi scorci di Venezia,
si traducono come per incanto in astrazione di colori, nell'assolutezza di un
giallo bizantino o nella vibrazione di certi neri che appena alludono a cupole,
lagune, ponti. Segno che ogni categorizzazione va stretta, come è sempre nel
campo dell'arte, e che fra astrazione e realtà la distanza è minore di quanto
si creda..
Il bisogno di cercare una continuità fra le proprie opere, magari per
esigenze espositive, e la constatazione di una ricchezza inesausta di esiti,
spesso inconciliabili: è questa la dimostrazione migliore della capacità di
sorprendersi, di farsi sorprendere dall'opera che la Maccorin ha come pochi
altri. E questo fa comprendere anche il sofferto equilibrio fra quella
serialità a cui tante volte l'astratto induce e la singolarità di alcuni
esperimenti irripetibili, forse fra le cose migliori dell'artista. Certe
finestre di un rosa-arancio inedito ritagliate nel nero della notte hanno una
forza metafisica che non si scorda facilmente.
Paolo Venti
Mariarosa Maccorin vive e opera a Pordenone, Italia via Dogana 5/A 33170
Tal. 0434.572637 E-mail: macc_M@libero.it
Nata ad Annone Veneto in provincia di Venezia, ha seguito seminari presso la
scuola dell'Illustrazione di Sarmede (TV), la scuola Internazione di Grafica di
Venezia, corsi di xilografia a Cornuda (TV), corsi di pittura e installazione a
Lipsia, corsi di pittura astratta a Pordenone e Berlino.
Numerosissime le mostre, sia in Italia che in Europa, e numerosi i premii
ottenuti nei concorsi: sue opere sono presenti in molte collezioni pubbliche e
private.