Associazione Culturale "Medianaonis"

Maccorin
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Toppo 2007

 

Mostra d'arte
di Mariarosa Maccorin

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L'irrequietezza del colore

La ricerca  ininterrotta ed un senso di continuo stupore sono le caratteristiche colpiscono di più nell'atelier di Mariarosa Maccorin. Una passione antica, quella del dipingere, rimandata, pensata, meditata per anni prima di raggiungere i livelli che oggi le vengono attribuiti da riconoscimenti europei e internazionali. E' come se il colore avesse atteso a lungo, mentre lei percorreva altrove le strade della vita, e fedele rispondesse oggi alle sue felici intuizioni e alle richieste esigenti. Scalino dopo scalino è come ripercorrere la felicità di questo re-incontro: dagli acquerelli in cui l'occasione figurativa inizia a scomporsi in macchia di colore, in alone, traccia, alle xilografie in cui l'antico gesto dell'incisione su legno restituisce intrichi da replicare all'infinito, ideogrammi-cifra, dagli oli che trattengono tutta la solidità del colore al collage che attraverso la via del recupero dà vita ad assemblaggi suggestivi. Poi l'intermezzo "orizzontale", per così dire, in cui il colore si distende regolare, in perfette fasce parallele, appena sfumate, cercando il contrasto cromatico, con una finalità squisitamente decorativa; giallo azzurro come lunghe alternanze di acque-spiagge-cieli ridotti all'essenzialità di fasce per il gusto dell'occhio. E' l'anticamera, di una serenità apollinea verrebbe da dire, che prelude alle tensioni della produzione più recente della Maccorin, produzione del tutto matura perché attraversata da segni grafici riconoscibilissimi, da tecniche, temi e cromatismi ben definiti. Curiosa intanto la scelta predominante del "dipingere per sottrarre": un gioco dialettico fra lo sfondo adagiato preliminarmente sulla tela, coperto da altro colore e poi rivelato a tradimento dal gioco della spatola. Un "dipingere per sottrarre" che ricorda suggestioni scultoree ma che all'autrice consente la sorpresa: equilibrio sospeso fra quanto in questa procedura è prevedibile, progettabile, e quanto è magia, casualità, disvelamento, scoperta appunto. L'occhio capace dell'esperto e quello stupito del bambino che ogni volta fanno lo sguardo dell'artista. Ne nascono serie di tele che provvisoriamente definiremo astratte: grandi campiture nere che rivelano per striature e strappi i rossi e i bianchi che aspettano sullo sfondo. La cifra del bianco-nero-rosso non esclude altre vie di sperimentazione cromatica, ma pare diventata una scelta di essenzialità, di verità verrebbe da dire. Niente più di rassicurante e decorativo: e non sarà un caso che da questa nuova fase siano esclusi quasi sistematicamente la tranquillità dell'orizzontale e dell'azzurro. Ad infierire sulla tela, a sottrarre colore, emergono ora visi prigionieri, profili legati e incatenati in una drammaticità mai gridata né ossessiva ma tanto vera e quotidiana. Oppure emergono città, intrichi di mura e torri indistricabili che restituiscono tutta l'incertezza di chi cerca di muoversi in uno spazio che non sente più suo, sia di volta in volta la Berlino nel suo recente errabondo divenire sia magari l'incrocio di una città qualunque. Ricerca espressionista, è stato detto da un critico, e lo è davvero nella disponibilità a giocarsi fino in fondo: a preparare intanto le condizioni estreme del contrasto, ad accettare poi la scommessa di un risultato che dipende solo in parte da sè, a riconoscersi infine in quello che viene, facendosi raccontare qualcosa di sè dalla tela compiuta, se occorre. Un suggestivo circuito fra il sè che si accinge all'atto pittorico e il sè che si scopre al termine, analogo all'anello che spesso si intravede a livello di contesto-interpretazione. Anche l'opera più lontana da ogni tentazione figurativa, infatti, rivela il luogo in cui è stata creata, siano le ardesie nere di Böhlen siano i prati verdi della Turingia, e anche a prescindere da questo rinvia ogni volta, ex post, ad una lettura che dai colori ricrea per suggestione un senso figurativo. Questa osmosi fra il segno grafico-cromatico libero e la ricomposizione di un'immagine si può verificare anche a ritroso se è vero che i pochi quadri a vocazione figurative, come certi scorci di Venezia, si traducono come per incanto in astrazione di colori, nell'assolutezza di un giallo bizantino o nella vibrazione di certi neri che appena alludono a cupole, lagune, ponti. Segno che ogni categorizzazione va stretta, come è sempre nel campo dell'arte, e che fra astrazione e realtà la distanza è minore di quanto si creda..

Il bisogno di cercare una continuità fra le proprie opere, magari per esigenze espositive, e la constatazione di una ricchezza inesausta di esiti, spesso inconciliabili: è questa la dimostrazione migliore della capacità di sorprendersi, di farsi sorprendere dall'opera che la Maccorin ha come pochi altri. E questo fa comprendere anche il sofferto equilibrio fra quella serialità a cui tante volte l'astratto induce e la singolarità di alcuni esperimenti irripetibili, forse fra le cose migliori dell'artista. Certe finestre di un rosa-arancio inedito ritagliate nel nero della notte hanno una forza metafisica che non si scorda facilmente.

 Paolo Venti

 

Mariarosa Maccorin vive e opera a Pordenone, Italia via Dogana 5/A 33170

Tal. 0434.572637 E-mail: macc_M@libero.it

   

Nata ad Annone Veneto in provincia di Venezia, ha seguito seminari presso la scuola dell'Illustrazione di Sarmede (TV), la scuola Internazione di Grafica di Venezia, corsi di xilografia a Cornuda (TV), corsi di pittura e installazione a Lipsia, corsi di pittura astratta a Pordenone e Berlino.

Numerosissime le mostre, sia in Italia che in Europa, e numerosi i premii ottenuti nei concorsi: sue opere sono presenti in molte collezioni pubbliche e private.