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Foto Alimede
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Mostra d'arte
di Mario Alimede
La ricerca di Mario Alimede
Si è chiusa da pochi giorni la mostra di
Mario Alimede organizzata dall'Associazione Medianaonis al Centro Culturale
"Aldo Moro" di Cordenons. La frenesia di fine anno ci ha portato
altrove ma è rimasto come un desiderio di ripercorrere un discorso che con la
solita finezza ha proposto il critico Fulvio Dall'Agnese durante
l'inaugurazione, il desiderio di ripercorrere le opere, di affiancare per un
momento un percorso di ricerca che si è intuito ma che il tempo breve della
visita non ha consentito di approfondire. Opere su carta, tecnica mista, una
ventina di lavori anche di grandi dimensioni che si propongono come la fase più
recente di un lungo lavoro di ricerca avviato da Alimede già negli anni
Settanta. Tecnica mista significa qui incisione, stampa e interventi successivi
che si sovrappongono sulla carta come stratificandosi nel tempo. E' questa
dimensione della narrazione che colpisce per prima, ma si intenda narrazione di
un pensiero, di un flusso mentale che si snoda e diventa segno, segni accostati
e interrelati fittamente. Per raccontare questo flusso di idee si ricorre al
collage, alla macchia, al graffio, o a forme che più esplicitamente
alludono agli strumenti del pensare: forme geometriche, pattern ripetuti,
frecce di connessione, simboli. Fino all'inserzione di testi, nella forma di
appunti scritti in una grafia rapida e sicura, ultimo di una gamma ampia di modi
che l'artista cerca per esprimere il reticolo del mondo, il reticolo di un
significato. Esito di una dissoluzione radicale di cui la modernità paga le
spese, il lavoro di Alimede tende ad una ricomposizione, ad un rammendo
intellettuale verrebbe da dire, in cui le cose lontane si legano per fili
sottili, in cui la via va cercata, provata, indicata e resta comunque
provvisoria.
Questa provvisorietà è un'altra delle
sensazioni forti che la mostra lascia dentro: l'opera d'arte è progettata, cioè
nasce sotto il segno pesante della sua irrealizzabilità. Segni, tracce, appunti
indicano uno sforzo, un'idea, ma dicono anche che non è più tempo di lavori
finiti, di risultati. O che forse proprio nel progetto sta l'opera d'arte. Ma
resta anche l'idea di una complessa dialettica che Alimede esperisce fra griglia
intellettuale e materialità, fra il suo riflettere sul mondo e il mondo che si
pone davanti ai nostri occhi. La soluzione non è facile, anzi, a volte si pone
nei modi di una inconciliabilità. Il gesto stesso del graffio, che è violenza
sulla lastra e impazienza del pensiero, ne sono evidente testimonianza, ma anche
il procedimento della stratificazione in cui un dipanarsi del pensiero, il suo
sviluppo narrativo di cui si diceva, vengono compressi, schiacciati sulla carta.
L'atroce dilemma di una tridimensionalità del pensiero e del reale che si
ritrovano compressi e fusi indistricabilmente nel bidimensionale del foglio, fra
i rulli del procedimento tipografico. Viene da pensare alla calma serafica di
Mario Alimede, al suo decennale lavoro a fianco di malati psichiatrici, al suo
sforzo di seguire loro sensi, loro frustrazioni o di tracciare con loro una
linea, una via. Questa dialettica fra pazienza e frustrazione è un altro dei
percorsi che da visitatori ci siamo portati dietro. La pazienza di ri-costruire
un tessuto, l'umiltà di saper rinuciare ad ogni soluzione che si ponga come
definitiva, l'instancabile rinnovarsi della tensione verso un progetto, ma
accanto, umanamente, il guizzo nascosto della rabbia. Quella dissonanza che
rivela una delusione, una frustrazione del pensiero, così umana e
condivisibile, forse quella smorfia di fastidio che è la cifra vera di un'opera
d'arte, che salva dal freddo dell'astrazione e dal peso del realismo. Un tratto
che nella vita di ogni giorno dagli occhi e dai gesti di Mario non traspare, che
nelle opere ci è parso di cogliere e che le fa ritornare così vive al nostro
sguardo.
L'ultima impressione, la più forte, è
paradossalmente e squisitamente estetica: in questa ricerca, a volte così
frustrante, Alimede non dimentica neppure per un attimo che il fine dell'artista
è la ricerca di bellezza, di equilibrio, di armonia. Nel ricercare, nel gioco
difficile fra pensiero e realtà, nemmeno per un istante egli rinuncia a creare
un risultato che sia graficamente arte, che elevi il dilemma della modernità e
lo risolva almeno sul piano estetico. Detto in altri termini egli nemmeno per un
istante rinuncia ad essere artista e il suo segno, alla fine, vale oltre il
significato, di necessità provvisorio: si trasfigura e diventa colore,
reticolo, tende all'assoluto della bellezza. Questa, forse, risolve come per
miracolo ogni dissonanza di pensiero, ogni frustrazione o rabbia dell'artista:
vale per sé sulla carta, è il risultato inatteso.
Paolo
Venti
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