Mostra d'arte
di Giorgio Bianchet

Il bianco che non è bianco
Non val la pena nascondere l'imbarazzo che
il lavoro di Bianchet suscita in molti, forse in tutti quelli che si accostano
per la prima volta alla sua opera, avvezzi a pensare l'intervento artistico in
maniera ben diversa. Tele bianche con poche tracce di pigmento spesso, bianco a
sua volta, tracce di matita che si perdono in scrittura confusa al limite della
leggibilità. E' solo attraverso uno
sforzo su di sé, impegnandosi a sciogliere lo scandalo, che si entra forse in
un mondo, in un modo di sentire così inusuale di fronte alla forza d'impatto
che i segni della modernità invece quasi sempre hanno. Esile è il primo
aggettivo che viene alla mente: l'esilità, ammesso che il vocabolo esista, pare
la categoria entro cui inquadrare il gesto pittorico di questo artista. Tutto,
in fondo, nel lavoro di Bianchet pare ricondurre qui e qui è il primo punto che
mi preme sottolineare: un approccio particolarissimo alla tela, alla carta, in
cui il supporto, banalmente funzionale in molta pittura, ritorna ad essere
domanda, questione che chiama in causa difficili meccanismi psicologici. La tela
(metafora dell'esserci, della vita, al limite) è appena "sporcata"
dal pigmento, esile traccia di una presenza, è appena sfiorata dalla matita che
in sé ha natura effimera, cancellabile. Il bianco-niente, appena modificato
dalle tracce è il più delle volte ricondotto al niente da un processo di
"sbiancamento" che vela con pudore l'espressione di un sentire. Questo
rapporto delicato con carta e tela va oltre: Giorgio, attentissimo alla scelta
di filigrane preziose e sofisticate, ha sperimentato gli inarcamenti, le
increspature, le stropicciature in cui il segno stesso è assente: semplici
deformazioni di un piano che catturano appena un ombra e dove il segno è tutt'uno
con il supporto. Ma anche la tela bianca, comprata in negozio con una macchia,
un alone da magazzino, e lasciata così, perché così è sufficiente ad
accentrare una luce, un profilo. Si scopre questo segreto rapporto di Giorgio
con la tela guardandolo mentre ti sciorina davanti opere su opere, accatastate
in un fantastico bazar fra libri e vecchi dischi: le dita accarezzano i grumi di
colore come fossero fragili creature, si fermano a commentare la magia degli
aloni che penetrano da un foglio all'altro dei quaderni, incantate dalle
colature di bianco, dal propagarsi di una macchia. Vi è una paura, quasi, ad
aggredire col pennello la superficie, e la sola pressione di un dito che inarca
un po' la tela diventa segno, è già una traccia. Bella lezione, già questa,
per chi voglia sentirla, rispetto alla prepotente aggressività dei tempi
nostri.
Ma la riflessione torna sul bianco,
inevitabilmente. Sulla doppia lettura del bianco come annullamento ontologico o
come purificazione, luminosità primaria, ha scritto benissimo Chiara Tavella in
un articolo su Bianchet dal titolo Das Klarsein. Personalmente mi ha colpito la
valenza dinamica che per questo artista ha l'uso del bianco. Davanti ad una tela
insolitamente affollata di segni mi ha spiegato che un segno mezzo coperto viene
prima, uno è aggiunto dopo, come passassero mesi fra un intervento minimo e
l'altro, e fra un segno e l'altro il bianco a segnare un avvio nuovo. Un dialogo
continuo dell'io con l'io, dice ancora la Tavella, e a me pare vi sia una
circolarità: il bianco-origine e il bianco-conclusione, come un discorso che
una volta fatto è destinato a svanire lasciando appena la traccia di un
risultato. Si spiega proprio in questo modo anche la continua compresenza di
appunto e pittura. Molta della sua riflessione avviene proprio su quaderni dove,
si sa, l'appunto si alterna allo schizzo, ma in Bianchet questa modalità di
lavoro deborda anche nei quadri: Il gesto grafico, cromatico non è mai
disgiunto dalla scrittura e quindi dalla riflessione, in un intreccio
indistricabile. Frasi colte al volo, magari dalla radio, o meditate a lungo:
Bianchet raccoglie e collega senza sosta, lega in un'infinita e personalissima
costellazione senza gerarchie materiali eterogenei. Spunti, suggestioni stanno
dietro ciascun lavoro ed è incredibile vedere l'artista stesso che sulla tela a
fatica legge frasi, ricompone agganci con la gioia di ripercorrere sentieri
prima per sé che per chi ha dinanzi. Il bianco dunque non è bianco ma è un
territorio da leggere: come il risultato di tutti i colori è il bianco, così
il risultato di ogni riflessione è poi il silenzio, come ben sa tanta saggezza
orientale.
Bisogna parlare con Bianchet per
lasciarsi guidare da lui nel suo territorio, magari nella sua
stanza-laboratorio-biblioteca dove si affastella all'inverosimile quello che
Giorgio è: dietro il caos apparente si vedrà uno spazio con precise
coordinate, riferimenti lontanissimi ma ben saldi: artisti amati come Angelika
Kaufmann, Cy Twombly, Gastone Novelli, preziosa edizioni di poetesse arcadi del
Settecento o quel riferimento eccezionale e continuo che è Allen Ginsberg, la
musica di quegli anni, da Claudio Rocchi ai Procol harum. Risulterà ancora di
più evidente che il bianco non è bianco ma il risultato più nitido possibile
di una sintesi complessa, di un discorso lungo.
Paolo Venti