Associazione Culturale "Medianaonis"

Castaldi
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Foto Castaldi

 

Mostra d'arte
di Domenico Castaldi

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Verso la luce dell'incendio

"Speriamo che qualcuno ci prenda per mano e ci conduca sulle vie che portano all'essenza. Ma questa è un'altra storia e Castaldi forse ce la racconterà più avanti". Così chiudeva nel 1998 un suo articolo Michelangelo Dal Pos che della pittura di Castaldi è stato attento osservatore e critico. Erano i tempi delle immaginette, cioè di una serie cospicua di tele (talora meglio cornici-contenitore) in cui l'artista giocava ad assemblare linguaggi diversi, fra il divertito e il provocatorio. Le icone della religiosità popolare e tradizionale, fatte di madonne incoronate, di Cristi trafitti e di sante addolorate erano accostate alle icone della modernità consumistica fatte di marchi, etichette, fumetti, gnomi. Ne risultava una galleria suggestiva di citazioni che oscillava senza sosta fra antico e moderno, sacro e profano con lo scopo di creare attrito, di disorientare in questo mondo già così privo di orientamento. Sulle tracce di certa pop art e strizzando l'occhio al mondo del fumetto, Castaldi scavava nella nostra dimensione culturale profonda scoprendo la contemporanea presenza del santino e del marchio, scoprendoci nella nostra intima contraddizione di fine secolo o di inizio millennio. Certe iconografie percorrono quella stagione come simboli forti: la macchinetta delle gomme americane, novella macchina del destino, oppure improbabili capitelli che si pongono come citazioni autoironiche rispetto a tutta una tradizione pittorica con la quale non si nasconde un rapporto conflittuale, a tratti polemico. Composizione a tratti nella forma del collage materico, a cancellare perfino la distinzione fra reale e pittorico che almeno un ordine porrebbe al nostro percepire.

Ma vogliamo pensarla ora, a distanza di una decina d'anni, come una fase critica, distruttiva a suo modo rispetto a qualsiasi universo consolante e sicuro. E vogliamo pensare alla produzione successiva di Castaldi come ad un tentativo coraggiosamente perseguito di ricomporre il mondo, di riproporci un'essenza. Non diremo l'Essenza, che  non è più tempo davvero, ma almeno una suggestione di senso, un barlume di significato. Nelle ultime serie via via la tela si sgombra, la folla di segni e di  allusioni si rarefa e si ripropongono, nelle larghe campiture di colore, immagini consuete. Corpi, visi, paesaggi si riappropriano della tela ma questo non rappresenta il rientro sic et simpliciter nel mondo nostro, quasi a consolarci di una normalità che è perduta irrimediabilmente. La cifra di questa stagione è quella che vorrei chiamare realismo lirico, se la definizione non fosse stata applicata ad altri contesti e ad altri artisti. Lirico nel senso che ogni immagine appartiene ora ad un altrove, si vena di nostalgia e di vagheggiamento. I corpi, stilizzati, si avvinghiano in un desiderio di fusione e il paesaggio si ricompatta in forme geometriche, appena allusive di alberi, colline, nuvole. E' un mondo che appartiene piuttosto al sogno che alla realtà, che nella morbidezza delle linee racconta una storia, racconta il mondo come dovrebbe essere, pur evitando ogni forma consolatoria. Il passaggio non è brusco, ma segue una linea precisa; Chiara Tavella già osservava in un bell'intervento critico lo sfoltirsi dei particolari nelle ultime immaginette, ma l'emerge di questo nuovo mondo lirico è una sorpresa che rinvia davvero ad una stagione nuova. Vari numi sono evocati di volta involta nella riconquista di questo spazio, ma le citazioni diventano ora suggestioni rielaborate nel profondo, da Guttuso a Carlo Levi, ai classici del nostro '400. Ed è straordinario veder ancora alberi che si accampano a formare sfondi, stilizzati  ma dalle geometrie sicure, e corpi di ragazzi, fanciulle leggiadre a confermare di nuovo la fiducia in una realtà che può esserci, che può ridefinirsi nei colori.  Perché il colore è certo la guida di questa ricomposizione: un colore "lirico" anch'esso, perché chiamato a dar vita ad una realtà nuova, magico perché sembra assumere in sè una forza alchemica capace di forgiare oggetti e spazi inediti. Così, per fare un esempio, i rossi dei corpi, i gialli traslucidi dei paesaggi, gli intrichi di linee che portano una foresta sull'orlo dell'astrattismo.

Ma questo sembra essere ancora un anticipo perché la vera esplosione, la vera esplosione di senso vogliamo trovarla nella serie iterata ed iterata che occupa da sola l'ultimo anno della produzione di Castaldi. Se la realtà finora si rivelava solo nella trasfigurazione lirica, è nell'incendio, nella luce-consunzione che sembrano saldarsi nuovamente il mondo pittorico e quello reale. Racconta la cronaca che un incendio vero, uno di quelli che dolorosamente deturpano di anno in anno i nostri Appennini, abbia acceso la fantasia di Domenico Castaldi. La realtà che si fa luce, energia: questo deve essere stata la improvvisa illuminazione da cui ha preso avvio la nuova pittura. Qui la magia è evidente perché il colore, senza imbarazzo, è al tempo stesso luce e incendio, campo pittorico e realtà  in presa diretta. Sulla tela astratto e figurativo smettono finalmente di essere alternativi e gli alberi in fiamme sono veri alberi e puro colore, ad un tempo. Esili tronchi anneriti ci avvertono a tratti che siamo qui, per terra, mentre la luce dei fuochi, fatta colore, ci porta lontano. Come dovrebbe fare, crediamo, ogni opera pittorica: saldare,almeno per gli occhi, il qui e l'altrove.

Il confine fra sacro e profano, la sottile provocazione di altre stagioni è lontana da queste tele: un nuovo senso delle cose, luminosissimo e caldo  si è fatto strada, mentre alle categorie del devoto, del moderno, del magico si sono sostituire le categorie del filosofico (Eraclito sta dietro l'angolo!) e dell'assoluto.

Paolo Venti