Verso la luce dell'incendio
"Speriamo che qualcuno ci prenda per
mano e ci conduca sulle vie che portano all'essenza. Ma
questa è un'altra storia e Castaldi forse ce la racconterà più avanti".
Così chiudeva nel 1998 un suo articolo Michelangelo Dal Pos che della pittura
di Castaldi è stato attento osservatore e critico. Erano i tempi delle
immaginette, cioè di una serie cospicua di tele (talora meglio
cornici-contenitore) in cui l'artista giocava ad assemblare linguaggi diversi,
fra il divertito e il provocatorio. Le icone della religiosità popolare e
tradizionale, fatte di madonne incoronate, di Cristi trafitti e di sante
addolorate erano accostate alle icone della modernità consumistica fatte di
marchi, etichette, fumetti, gnomi. Ne risultava una galleria suggestiva di
citazioni che oscillava senza sosta fra antico e moderno, sacro e profano con lo
scopo di creare attrito, di disorientare in questo mondo già così privo di
orientamento. Sulle tracce di certa pop art e strizzando l'occhio al mondo del
fumetto, Castaldi scavava nella nostra dimensione culturale profonda scoprendo
la contemporanea presenza del santino e del marchio, scoprendoci nella nostra
intima contraddizione di fine secolo o di inizio millennio. Certe iconografie
percorrono quella stagione come simboli forti: la macchinetta delle gomme
americane, novella macchina del destino, oppure improbabili capitelli che si
pongono come citazioni autoironiche rispetto a tutta una tradizione pittorica
con la quale non si nasconde un rapporto conflittuale, a tratti polemico.
Composizione a tratti nella forma del collage materico, a cancellare perfino la
distinzione fra reale e pittorico che almeno un ordine porrebbe al nostro
percepire.
Ma vogliamo pensarla ora, a distanza di una
decina d'anni, come una fase critica, distruttiva a suo modo rispetto a
qualsiasi universo consolante e sicuro. E vogliamo pensare alla produzione
successiva di Castaldi come ad un tentativo coraggiosamente perseguito di
ricomporre il mondo, di riproporci un'essenza. Non diremo l'Essenza, che
non è più tempo davvero, ma almeno una suggestione di senso, un barlume
di significato. Nelle ultime serie via via la tela si sgombra, la folla di segni
e di allusioni si rarefa e si
ripropongono, nelle larghe campiture di colore, immagini consuete. Corpi, visi,
paesaggi si riappropriano della tela ma questo non rappresenta il rientro sic et
simpliciter nel mondo nostro, quasi a consolarci di una normalità che è
perduta irrimediabilmente. La cifra di questa stagione è quella che vorrei
chiamare realismo lirico, se la definizione non fosse stata applicata ad altri
contesti e ad altri artisti. Lirico nel senso che ogni immagine appartiene ora
ad un altrove, si vena di nostalgia e di vagheggiamento. I corpi, stilizzati, si
avvinghiano in un desiderio di fusione e il paesaggio si ricompatta in forme
geometriche, appena allusive di alberi, colline, nuvole. E' un mondo che
appartiene piuttosto al sogno che alla realtà, che nella morbidezza delle linee
racconta una storia, racconta il mondo come dovrebbe essere, pur evitando ogni
forma consolatoria. Il passaggio non è brusco, ma segue una linea precisa;
Chiara Tavella già osservava in un bell'intervento critico lo sfoltirsi dei
particolari nelle ultime immaginette, ma l'emerge di questo nuovo mondo lirico
è una sorpresa che rinvia davvero ad una stagione nuova. Vari numi sono evocati
di volta involta nella riconquista di questo spazio, ma le citazioni diventano
ora suggestioni rielaborate nel profondo, da Guttuso a Carlo Levi, ai classici
del nostro '400. Ed è straordinario veder ancora alberi che si accampano a
formare sfondi, stilizzati ma dalle
geometrie sicure, e corpi di ragazzi, fanciulle leggiadre a confermare di nuovo
la fiducia in una realtà che può esserci, che può ridefinirsi nei colori.
Perché il colore è certo la guida di questa ricomposizione: un colore
"lirico" anch'esso, perché chiamato a dar vita ad una realtà nuova,
magico perché sembra assumere in sè una forza alchemica capace di forgiare
oggetti e spazi inediti. Così, per fare un esempio, i rossi dei corpi, i gialli
traslucidi dei paesaggi, gli intrichi di linee che portano una foresta sull'orlo
dell'astrattismo.
Ma questo sembra essere ancora un anticipo
perché la vera esplosione, la vera esplosione di senso vogliamo trovarla nella
serie iterata ed iterata che occupa da sola l'ultimo anno della produzione di
Castaldi. Se la realtà finora si rivelava solo nella trasfigurazione lirica, è
nell'incendio, nella luce-consunzione che sembrano saldarsi nuovamente il mondo
pittorico e quello reale. Racconta la cronaca che un incendio vero, uno di
quelli che dolorosamente deturpano di anno in anno i nostri Appennini, abbia
acceso la fantasia di Domenico Castaldi. La realtà che si fa luce, energia:
questo deve essere stata la improvvisa illuminazione da cui ha preso avvio la
nuova pittura. Qui la magia è evidente perché il colore, senza imbarazzo, è
al tempo stesso luce e incendio, campo pittorico e realtà
in presa diretta. Sulla tela astratto e figurativo smettono finalmente di
essere alternativi e gli alberi in fiamme sono veri alberi e puro colore, ad un
tempo. Esili tronchi anneriti ci avvertono a tratti che siamo qui, per terra,
mentre la luce dei fuochi, fatta colore, ci porta lontano. Come dovrebbe fare,
crediamo, ogni opera pittorica: saldare,almeno per gli occhi, il qui e
l'altrove.
Il confine fra sacro e profano, la sottile
provocazione di altre stagioni è lontana da queste tele: un nuovo senso delle
cose, luminosissimo e caldo si è
fatto strada, mentre alle categorie del devoto, del moderno, del magico si sono
sostituire le categorie del filosofico (Eraclito sta dietro l'angolo!) e
dell'assoluto.
Paolo Venti