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La “vita infinita” dell’arte
La serie di operazioni che li determina è quindi preordinata e controllabile – le fettucce sono tutte della stessa larghezza e lunghezza, i nodi hanno lo stesso passo. Ma il risultato non è mai interamente prevedibile; il controllo delle variabili, anche se ridotte al minimo, non esclude l’insorgere della variazione: i segmenti di fettuccia neri appaiono “casualmente” qua e là e, anche quando la bipartizione cromatica è netta o non c’è affatto, le strisce di tessuto, ritorte nei nodi fatti a mano, disegnano percorsi fratti, ondulati, oscillanti. E questo sul piano. Perché le reti hanno anche una valenza tridimensionale, costituita dall’aggetto del nodo, anch’esso continuamente variabile, “grumo” rispetto al liscio della fettuccia, e dalla trama d’ombre che questi segni-oggetto proiettano sulla parete retrostante, il “vuoto”, che entra quindi in gioco e senza il quale la “rete”, per sua natura un'alternanza di pieno e vuoto, non avrebbe senso. Infine la variatio subentra anche nel rapporto con lo spazio circostante: a seconda di come sono appese, queste reti si deformano, si arcuano sotto l’imponderabile interazione dei nodi e assumono un diverso carattere, ora un placido equilibrio, ora una tensione sottile o più marcata. Reti vive, in ogni caso, leggere, vibranti, improntate a una serialità che non ha nulla della ripetizione automatica e asettica del modulo, a un geometrismo “caldo” che è quanto di più lontano si possa immaginare dall’astrazione geometrica classica, a cui pure questi lavori sembrerebbero per certi versi accostarsi. Salta così una delle coppie concettuali – forse “la” coppia concettuale – che ha informato tanta arte, e tanta critica, dell’Occidente, fino a tutto il novecento: l’antinomia ordine/ disordine, e i suoi sinonimi di misura/indefinitezza, forma/informe, freddo/caldo… per lasciar spazio a un ordine “disordinato” che contempla in sé la possibilità dello scarto, del diverso, del non-previsto, della novità. ... del caos insomma. Per esplicita dichiarazione dell’artista, l’orizzonte concettuale della ricerca di Garbellotto, fin dalle sue origini, è quello delle teorie della complessità, di un caos inteso matematicamente come azione della casualità sulla struttura, e quindi ordine dinamico, in divenire, in continua mutazione, cifra di una realtà che, a partire dal big bang, è pensata piuttosto come processo e come “storia” (quest'ultima definizione è rubata a Aldo Schiavone), che come assetto stabile e immutabile. Parimenti, come il nostro non è più il cosmo
aristotelico-platonico delle stelle fisse e delle sostanze eterne, la geometria
che meglio lo rappresenta non è più quella euclidea ma la geometria dei
frattali, enti di natura intermedia tra la linea e la superficie dalla cui
iterazione, su scale diverse, si
originano le figure più varie – qualcosa di simile all'aggregazione dei
cristalli, o al modulo di certi motivi decorativi islamici che, moltiplicato o
diviso, pur mantenendo costante la sua configurazione dà origine a una
stupefacente pluralità di forme. Frattali, a questo punto è evidente, sono anche le reti, che appunto così si intitolano – come del resto le opere delle fasi precedenti, a conferma dell'orizzonte teorico di riferimento dell'artista. Con il loro sviluppo alveolare – in cui si annida anche ciò che in relazione alla rete stessa “non-è”, il vuoto; con il loro progredire non lineare ma multidirezionale – nella rete tutti i punti sono collegati tra loro e i percorsi potenziali da un nodo all'altro sono molteplici – le reti sono l'immagine stessa della “complessità”, il modello ritenuto più consono non solo a dar ragione della realtà fisica, ma anche dei fenomeni storici, sociali, antropologici. E, aggiungerei, estetici. Sullo scorcio degli anni '70 del secolo scorso sembrava che l'arte dell'Occidente avesse esaurito le possibilità insite in sé, che avesse sondato tutti i diversi linguaggi immaginabili entro la polarità ordine/disordine, restando condannata alla mera ripetizione di se stessa. Dopo il Quadrato bianco su fondo bianco di Malevic, in cui la ricerca dell'ordine intesa come riduzione delle forme alla loro essenza geometrico concettuale aveva portato all'azzeramento totale e, di fatto, alla negazione dell'esistenza stessa dell'arte; dopo i dripping di Pollock, dove il disordine usciva dai confini della tela e diventava inconscio, impulso, vita, fusi in un unico indistinto e unificante afflato; dopo le successive elaborazioni di questi fondamentali snodi del novecento nelle neoavanguardie degli anni '60 e '70, sembrava dunque che non restasse all'arte che la propria “morte”, e il celebre assunto hegeliano della “morte dell'arte” aleggiava funesto sui molti “ritorni” e citazionismi degli anni '80. Ma se il nostro cosmo non è più il contrario del caos, se la nostra matematica, la nostra scienza e le conseguenti tecnologie non sono più quelle del passato, e questo radicale mutamento incide non solo nei settori specifici ma nel quotidiano di tutti – pensiamo a quanto la nostra vita sia condizionata dal computer, da internet, dalla telefonia cellulare... – se la nostra forma mentis non è più quella lineare di matrice classica, modulata sul linguaggio verbale, ma è una logica pluridirezionale, a raggio o, appunto, a rete, che rispecchia la struttura di un ipertesto, anche l'arte non può non dischiudere una prospettiva nuova. In altri termini credo si possa affermare, e lo spero, che anche in ambito estetico si stia assistendo agli albori di una mutazione oserei dire epocale. Non basta ovviamente un singolo artista a “far primavera”, ma Garbellotto non è una voce isolata – anche se, tra quelle che ho incontrato, appare una delle più avvertite e consapevoli. Fa eco ad altre voci che, pur nel frastuono di una produzione artistica improntata per lo più a un'omologante superficialità, e che ha perciò bisogno dell'amplificazione spettacolare per mascherare l'assenza di pensiero che la contraddistingue, si rispondono da lontano e, attraverso itinerari di ricerca per lo più del tutto indipendenti tra loro, convergono verso esiti concettualmente simili. Si va profilando un'estetica che, almeno in questo primo momento, si configura come una nuova astrazione, ma che solo in via provvisoria e in assenza ancora di altra definizione può essere definita “astrazione”. Si tratta in realtà di un linguaggio che va al di là della dicotomia astrazione/figurazione, così come supera la concezione dell'arte come “rappresentazione” di un qualcos'altro al di fuori dell'opera stessa. Esso reclama una nuova, profonda e profondamente umanistica istanza conoscitiva e si pone come, esso stesso, un segmento – anche infinitesimale, non importa – di quella Natura naturans che appare sempre più fondamento indiviso, continuo e onnicomprensivo di ogni processo, materiale e mentale insieme, e sottende una “visione unitaria di vita, mente e coscienza” (Fritjof Capra). “…Resta il fatto che ogni qual volta tiro una tela […] o mi sporco le mani di colore per dipingerla mi illudo di giocare con i grandi misteri dell’universo” scrive Garbellotto. Mi piace pensare che dentro quest'aspirazione a penetrare la totalità ci sia l'embrione di un'arte forte, totale, autentica, che abbia superato l'impasse degli ultimi decenni e si apra, per la delizia del nostro spirito, a una “vita infinita”. Chiara Tavella
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