Mostra d'arte
di Paola Paronetto
Inaugurazione sabato 5 dicembre 2009 ore 18.00
Intervento critico di Paolo Venti
05 - 18 dicembre 2009
mart. ven. sab. dom. ore 16.00-19.00
L'ARGILLA ANTICA E
LE FORME DELLA MODERNITÀ
L'argilla gialla, grigia vive di una liquidità acquosa e
informe. La immagino in qualche deposito alluvionale ai margini di un corso
d'acqua, fra canne e rane. Terra e acqua. Occorre un'atmosfera particolare,
occorre aria e occorre fuoco nella giusta dose per trarre forme, per arrivare ad
una rigidità che esca dal flusso
del mutamento e dell'effimero e alluda ad una fissità eterna. E mi piace
pensare al forno, all'interno di un forno, invisibile perfino per l'artista,
segreto nel momento magico della cottura, pura fiamma e pura luce, l'unico posto
in cui segretamente può compiersi il miracolo. Ma occorrono mani per plasmare,
gesti accorti. Occorrono anche idee, prove, intuizioni. Incredibile corda di
acrobata in cui dalla indistinta hyle l'uomo va in bilico verso un'essenzialità
fatta di misure, equilibri, definitezza di linee. Su questa corda tesa, fatta di
prove, prototipi, fallimenti, mi pare muoversi la ricerca di Paola Paronetto e
su questo filo mi pare abbia trovato una sicurezza invidiabile: i gesti precisi,
il sorriso con cui si muove fra il forno e il deposito, fra il catalogo e gli
imballaggi sanno di danza leggera, prima di tutto. Ma poi ti fai raccontare la
genesi dei vasi, dei pannelli, delle forme e ti incanta il sapere, il sapere
antico fatto di gradi Fahrenheit, di grane, ingobbi, torni, o il sapere moderno
che prova ancora, inesausto: il raku, la paper clay, per esempio. Una danza
sapiente, ecco cosa ci vuole per rifare al contrario il cammino di Platone, per
riportare la materia alla forma, il terragno all'idea.
Un punto di arrivo è chiaro là, dove sui pannelli di
ceramica, ecco distendersi superfici bianche, quasi traslucide, bianche sul
bianco della cornice. Non più terra ma piano, spazio per l'idea. La sottile
venatura nera, la macchia rossa, il cerchio e la linea sono traccia di un
pensiero, sono il sovrapporsi di un ordine sulla materia dominata, amata certo,
vissuta attraverso le mani, ma raffinata fino a farne spazio mentale (di una
essenzialità per la quale Alessandra Santin ha così bene evocato lo Zen). La
dialettica è stringente, biunivoca, quasi una forma di osmosi per cui il reale
smaterializzato non cessa di suggerire e il pensiero non fa che essenzializzare.
Ed ecco l'incresparsi di questa superficie bianca, il suo riproporsi in onde, in
ossessive piegature: una materialità che non cessa di rampollare, di ripiegarsi
su di sé e alla quale l'artista non si sottrae, anzi. La ripropone ma facendone
ancora una volta un luogo del pensiero: le pieghe, le crespe sono di un biancore
e di una precisione tutta mentale, sono una vibrazione di spazio.
L'accartocciarsi della lattuga o di qualche fiore è materia, esiste a
prescindere dal suo essere forma; qui l'accartocciarsi delle pieghe è un
prodotto del pensiero, si legge in una dimensione culturale che passa attraverso
un linguaggio e con questo si lascia descrivere (texture, vibrazione,
filigrana). E' pensiero che riflette sulla materia e la utilizza attraverso le
mani dell'artista per raccontare le proprie conquiste.
Il passaggio successivo, di cui pure si rende conto in questa
mostra, è il pensiero che riflette sull'umano, sul quotidiano. La fruizione,
l'utilità avvilisce l'oggetto, lo condanna ad una dimensione transeunte (un
bicchiere, una bottiglia, magari nel loro attimo stretto e spremuto fra l'usa e
getta), un po' come avveniva per la lattuga seppure ad un livello diverso
dell'esistente. All'artista il compito di salvarli e farne oggetto pensato,
significante. E' questo il compito che assume su di sè tanta dell'arte
contemporanea, magari nella forma dell'art design, ma la bravura di Paola
Paronetto sta nel cogliere lo spirito del tempo, nell'intuire suggestioni
pregnanti tanto dal mondo dell'arte quanto dal mondo quotidiano. In questo
incrocio si colloca la straordinaria serie di bottiglie presentata nella mostra.
Bottiglie è espressione riduttiva vista la gamma di letture che l'installazione
suggerisce. Da un lato un richiamo evidente è all'arte di Morandi, alle sue
serie di bottiglie, appunto, alla sua ricerca intorno ad una "immobilità"
degli oggetti in un tempo fuori dal nostro (ed è allusione raffinata che già
basterebbe di per sé…). Dall'altro non sfuggirà la similitudine del tutto
voluta fra le bottiglie deformate, piegate a volte su di sé, e una lunga teoria
di esseri umani in movimento, un Esodo, come recita il titolo. L'oggetto,
stilizzato e ripensato, si presta ad altre dinamiche concettuali, diverse dalla
dialettica materia forma di cui si è detto. Qui il discorso si gioca in una
allusione nei confronti dell'idea di omologazione, massificazione, serialità,
allusione subito smentita dall'impossibilità di ridurre gli oggetti-persone
all'identico. Eppure la meta è unica, la fuga è concorde, l'estraneità che
viene denunciata è totale. E con un'altra suggestione forte e drammatica l'identificabilità
del singolo, l'inconfondibilità del soggetto assumono i tratti della
deformazione (colli piegati, rientranze dovute all'imprevedibilità del forno,
bizzarro demiurgo, dio della casualità),.Ugualmente interessante è riflettere
sul gioco di spersonalizzazione che emerge prepotente da questa sequela di
uomini-bottiglia, se la metafora bottiglia-persona finisce per costare la
perdita di ogni dettaglio che non sia un tronco privato di tutto e un collo
miseramente proteso a sostenere nulla.
Ma la suggestione non finisce qui se appena osserviamo la
superficie di questi "contenitori", se appena si interroghiamo (o
interroghiamo l'artista) sulla tecnica utilizzata. La paper clay, relata refero,
consiste nel saturare materiali porosi, cartone di solito, con argille liquide
che finiscono per assumere la forma voluta, quella del supporto imbevuto. La
cottura in forno brucia la cellulosa e rimane come per miracolo soltanto l'anima
bianca di argilla in forme del tutto innaturali (lontane per intenderci da
quelle ottenute con il tornio o con la modellazione a mano). Già questa ricerca
di un attrito fra materiale e forma la dice lunga sulla modernità di una
ricerca artistica, ma si osservi in tal senso anche la scelta nuova della
superficie. Cartone, proprio quel cartone da imballaggio fatto di un'anima
ondulata che è l'icona della modernità meno appariscente ma più pervasiva che
io conosca. Anima vuota, contenitore a perdere, metafora di una instabilità
delle merci e delle persone (globalizzazione? turismo dell'anima?), proprio
questa texture, ritagliata e assemblata in forme volutamente provvisorie, è
scelta per creare dei recipienti che viceversa dovrebbero "contenere",
liquidi nel caso specifico. Un accostamento ancora una volta innaturale, non
funzionale in partenza, ma capace di una valenza simbolica forte: l'impossibilità,
forse, per la modernità e per l'uomo che in essa si muove, di essere
contenitore sicuro, la sua incapacità di racchiudere qualsiasi cosa a partire
da se stesso. Una copertura finta, nuova e elegante ma non più sua (la maschera
che pervade tutta la nostra cultura), fragile per quanto nitida, contenitore
destinato a rimanere vuoto. Bottiglia non più bottiglia, cartone non più
cartone, uomo non più uomo. A dire che negli elementi dei primi filosofi c'era
già tutto, anche la nostra storia più recente, il nostro destino inquietante,
a saperli cogliere, modellare, raccontare.
Paolo Venti