Associazione Culturale "Medianaonis"

Cecchin
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Foto Cecchin

 

Mostra d'arte di Luciano Cecchin

Vi è una fedeltà cinquantennale alla terra nell'opera di Luciano Cecchin. Sarebbe a dire, sul piano tecnico, che dagli anni Sessanta, da quando imbianchino ha deciso di farsi pittore, la sua materia pittorica sono le terre, le polveri che variamente mescolate con oli o acqua servivano tanto a dipingere i muri quando a fare quadri. Poi per i muri sono venute le vernici lavabili e semilavabili e per i pittori sono venuti oli, acrilici. "Mi so lavorar co le tere e morirò co le tere" confessava  Luciano  all'amico Luigi Martinis anni e anni fa. "Mi no so pitor da tubeti" è un'altra massima che ama ripetere in quel suo dialetto triestino che è un programma di vita e di pittura insieme. "Far con poco e dir tanto" è il monito del maestro Silvio Fantuz, per chiudere la terna della sua saggezza pittorica. Ecco, intanto questo: una pittura fatta sul campo, dal confronto continuo con maestri e con allievi, non fatta per vendere ("no fazo pitura par vender") ma perché non si può farne a meno, nemmeno a settantasette anni. E allora la visita al suo studio e la visita a questa mostra è un'occasione per ripercorrere decenni di fedeltà e di sperimentazione, con la sorpresa finale di trovarci un vecchio pittore che sa interpretare il nuovo, che sa parlare dei nostri tempi più di tanti altri giovani accademici. Si parte dai paesaggi lirici degli anni Sessanta, tutti giocati sui colori caldi e pastosi delle terre: grigi, marroni, ocra, bianchi, in un impasto che trattiene la luce. Non vi sono rossi nè arancioni ma una combinazione che parte dalla terra e si muove nelle tonalità della terra. Eppure i soggetti stupiscono a volte per la loro vitalità e per scelte inusuali: a volte è una fila di carrozzoni, altre volte una giostra, un go kart, magari un vagone ferroviario fermo sulle rotaie. Trasfigurati dall'occhio del pittore in un gioco di linee, di campiture compatte di colore, si impongono a volte per l'accostamento studiato di  linee (binari, lamiere) e cerchi (ruote) che fanno intravedere dietro il soggetto riconoscibile un livello in cui il pittore in filigrana costruisce le sue astrazioni. Stupisce anche la pastosità dei colori che sono essi stessi materia addensandosi in grossi grumi, davvero terra dotata di una sua compattezza, ma capace di diventare luce soffusa.

Negli anni proprio questa densità finisce piano piano per sciogliersi, i grumi e le pennellate acquistano una forma più rarefatta e, pur nella fedeltà alle terre, appaiono campi più distesi, sfumati, cieli solcati da reti sottili, un groviglio di ragnatele che non opprime ma suggerisce una inquietudine. Anche la tavolozza si arricchisce di colori nuovi, qualche timido verde, qualche giallo contenuto ("i colori i va smorzadi co i tenta de vignir fora"). Vi è perfino una terza fase, se vogliamo scandire a periodi l'attività di Cecchin, una fase in cui trovano ospitalità dei rossi, degli azzurri distesi a bande in composizioni più astratte, con una loro giocosità contenuta, una loro concessione più diretta alla luce. E' anche facendo tesoro di questo passaggio che l'ultima produzione può proporsi con tanta forza, fedele alla compostezza della prima ma arricchita di stimoli luminosi nuovi.  Si riconoscono innanzitutto dei temi ricorrenti, con una forte valenza simbolica. In diverse tele compaiono coppie di sposi, al centro in primo piano, lei con la sua macchia bianca di vestito. Dietro un canale, un secondo piano compatto grigio piombo, solcato dalla sagoma di qualche gondola, sullo sfondo un paesaggio appena accennato, di cupole, campanili, una Venezia presente e lontana al tempo stesso, evocata ma subito velata nelle tonalità dei colori. Oppure un incrocio di strade, una curva di case dolcissima nella scelta dei gialli ma suggestiva perché pare svanire. Questo mi pare il segreto e il fascino del Cecchin di oggi: la capacità di cogliere la realtà nel suo perdersi, nel suo metafisico svanire in lontananza, attraverso un gioco di velature che nasce da una grande padronanza del materiale. Lo stesso vale per certe scene di matrimonio in cui domina imponente la chiesa e il suo sagrato (Valvasone), ingranditi fino a tagliare le torri: in basso un disordine di figurine che sciamano. Questo resta di noi, ridotti a "figurete", come le chiama Cecchin, in questa realtà che va via nonostante l'imponenza delle cose e degli edifici. Di questa fase anche la serie delle lettere, nature morte con lampade, oggetti su un tavolo ma in cui emerge il ritaglio bianco di un rettangolo. Busta con tanto di indirizzo, ma anche buco nella realtà, assenza di colore come la lettere è segno di una assenza. Forse è la realtà che va via, ancora una volta. E, infilando suggestioni, non è un'assenza quella evocata dalla tela bellissima della ragazza che sfoglia la margherita? Mi ama non mi ama, una tela fra l'altro di un equilibrio pittorico e di una ricchezza simbolica straordinarie. Il culmine di questa assenza del mondo è forse un quadro del 2008 in cui, grigi su grigi, si racconta di una palude-laguna con un profilo di fabbriche nere sullo sfondo, un'atmosfera metafisica di enorme suggestione, alle soglie del nichilismo (e come spesso ripete Luciano "un quadro se no ga atmosfera no xè"). Eppure il guizzo della vita rimane, emerge vivo a tratti da questo niente e ricorda i go kart di altri anni, le giostre. E' la bora a Trieste, la coppia scomposta che si difende dal vento e l'ombrello accartocciato, una tela in cui  l'aria penetra con violenza nelle terre e ci fa sorridere, perfino, Oppure la grande tela con la gara di biciclette, la bicicletta caduta, l'attimo che a volte rompe l'immobilità delle cose e le riporta vive fino a noi, almeno per un istante, almeno sulla tela.

Paolo Venti