Associazione Culturale "Medianaonis"

Da Rold
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Foto Da Rold

 

Mostra d'arte di FLAVIO DA ROLD

Varia e stimolante, suggestiva nella ricerca di simboli forti e provocatori, la produzione di Flavio Da Rold attraversa diverse fasi ben riconoscibili a partire dagli anni Settanta fino a oggi. A volte si tratta di "stagioni", cioè di periodi in cui l'autore pare suggestionato da richiami, idee capaci di addensare attorno a sé il fare artistico e di porre interrogativi, all'artista prima e al fruitore poi.

Andrà precisato intento che la sua attività si articola su diversi ambiti, e anche questo è un segno di una ricerca inesausta di possibilità espressive: la pittura a volte non pare sufficiente e irrinunciabile diventa il richiamo dell'installazione, di forme dinamiche, tridimensionali, abitabili del fare arte. Anche se i temi, come vedremo, rimangono in definitiva gli stessi, semmai sperimentati e giocati in forma nuova per saggiarne la tenuta concettuale.

Ma pare interessante proprio questa interazione che viene a instaurarsi inevitabilmente fra i due livelli e l'arricchimento che ne consegue: qui forse la cifra del nostro artista, fedele a sé nella diversità dei modi. Partirei, per raccontare delle sue stagioni, da certi paesaggi che più si accostano ai modi del fare pittura, al limite del figurativo. Paesaggi striati, monti e campi segnati da linee, quasi zigrinature di colore, quasi giochi astratti di linee. Ma anche qui il quadro è già installazione se è vero che le tele si compongono a due, tre in una modularità potenzialmente infinita che sa più di evento che di galleria.

Anche per la serie forse più consistente dell'artista, cioè per i quadri più spiccatamente astratti fatti di campiture dense, di linee enigmatiche o a tratti provocatorie, la tela sembra un limite: da un lato la composizione cromatica tende di suo a debordare dai limiti, ma anche qui paiono interessanti soprattutto le composizioni modulari come l'esperimento dei cubi astratti, componibili in una serie infinita di combinazioni che esalta se serve l'astrazione del dipingere. In questa linea di osmosi forse vanno intesi anche inserti di altro tipo, là dove cioè nella pittura stessa trovano spazio caratteri, ritagli di giornale. Altri artisti lo fanno, certo, ma qui pare in certo senso un richiamo della pittura verso altro, un richiamo verso la vita come si svolge in questo mondo (giornali, scritte di pacchi, sigle non sono solo inserti di testo ma icone del mondo reale). Questo dialogo diretto fra realtà e tela percorre la produzione di Da Rold. Penso per prima cosa a quadri tematici come quelli legati all'acqua dove all'astrazione del dipinto risponde il realismo esplicito di scritte come H2O, wasser, acqua, quasi il bisogno di un raccordo diretto fra tela e referente, oggetto. Un percorso analogo, forse rovesciato, si rileva in alcuni dipinti-installazioni giocati sul tromp l'oeil: finestre che sono in realtà dipinti oppure finestre vere in cui i vetri accolgono gamme di colori e diventano altro, diventano loro stesse quadro. O ancora misuratori di livello protesi verso l'acqua ma giocati su sfumature di colore fino a farne esperimento d'arte. Proprio il colore, l'intera tavolozza, cioè l'emblema per eccellenza della pittura, è reso concreto quando si fa oggetto e popola le installazioni, E' questo gioco fra funzione e dipinto che catalizza la riflessione artistica, che produce opere in cui il gioco dei colori non pare autosufficiente ma richiede di sostanziarsi strizzando l'occhio al reale. A volte  il percorso è rovesciato e il reale stesso finisce per perdere la sua "funzionalità" a contatto con l'operazione artistica. Proprio in questo senso credo si possa leggere la serie più recente, forse quella più caratteristica di Da Rold, cioè la serie delle "scarpe". Scarpe che in effetti non sono scarpe ma  forme di scarpe, ed è un elemento interessantissimo: si tratta infatti di oggetti sostitutivi, pre-oggetti, finzioni. Le scarpe alluderebbero all'andare, forse, avrebbero una valenza simbolica, ma ecco che l'oggetto si svuota: quella che era una scarpa è un antecedente, è la scarpa in assenza, e appare per lo più "appesa a un chiodo", ferma su un tronco, un sostegno, magari dipinta, inchiodata, mosaicata ma resta al tempo stesso richiamo ad un andare inesauribile. Magari , come accade in certe installazioni, moltiplicata all'infinito, in una serie appesa a un filo che sembra ascendere in alto, verso il nulla. Questo gioco di sostituzione diventa demolitore, diventa una provocazione quando si arriva alle forme trafitte di chiodi, alle forme alate (parodia, al limite, dei calzari che possono essere ben alati, almeno nel mito). Al di là del riferimento all'infanzia dell'artista (il padre calzolaio, le forme come primi giocattoli), colpisce la forza e l'insistenza su certi simboli, radicati così a fondo da divenire sfraghìs, marchio riconoscibile e caratterizzante. La forma e il passo sono fra l'altro misura delle cose, modalità per interpretare e adattare il mondo, gioco di pieni vuoti che diventa gioco dell'essere-non essere ("sulle sue orme ho misurato i miei passi", dice Da Rold parlando del padre). In questo interscambio fra pittura e oggetto anche la realtà resta in qualche modo svuotata: emblematiche certe tele che rappresentano una vestaglia sospesa, nemmeno appesa, su uno sfondo-parete  del tutto vuoto e uniforme (la vestaglia è ricordo della madre, ci svela lo stesso Da Rold, ed ecco ancora una volta la dialettica inesausta fra origine, ricordo, e attualità, universalità di un simbolo). Il soggetto anche qui è assente come assente era nella serie delle forme da calzolaio. La conferma viene da certe installazioni suggestive dove alberi surreali, tronchi dipinti di blu, tengono sospese foglie-pietre: un reale che si sovverte, si rovescia e in tal modo si rivela come vuoto misterioso. Ma ancora di più forse quando su un declivio erboso l'installazione mostra pietre legate, impedite nel loro naturale rotolare a valle, potente metafora di un'assenza e di una sospensione dell'esserci, istante bloccato dall'artista per porre la domanda fatale sulle cose, sull'essere.

Paolo Venti