Associazione Culturale "Medianaonis"

Pignat
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Foto Pignat

 

Mostra d'arte di Slvia Pignat

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Allegretto

Tutt’altro “andamento” nella terza mostra del ciclo, dedicata a Silvia Pignat: non l’adagio struggente, denso di pathos, dei lavori di Sgubin né il ritmo rabbioso e risentito delle opere di Tracanelli, ma un allegretto gentile, solare, che ha la cadenza delle filastrocche infantili. Non senza qualche puntatina ironica, però, qualche acuto destinato non tanto al pubblico dei bambini quanto a quello degli adulti.
Silvia Pignat si occupa infatti prevalentemente di illustrazione e di laboratori creativi per l’infanzia. La sua attività spazia dalla grafica, al packaging, al visual design, ma sono i bambini il suo “target” preferito, per sua espressa scelta. Una scelta di impegno, prima ancora che estetica o professionale, che ha molto a che fare con la persona, con la personalità di Silvia, in cui la fantasia è pari al bisogno di verità, all’allergia per qualsiasi compromesso. Ed ecco allora la decisione di frequentare l’ISIA, l’istituto superiore per le industrie artistiche, di Urbino, piuttosto che l’Accademia di belle arti; per dedicarsi alle “arti applicate” ed evitare quel “sistema dell’arte” che negli ultimi due decenni si è tramutato in un meccanismo snaturante, che fagocita le più originali proposte creative e le omologa per asservirle al mercato. Ecco allora la scelta di operare con e per i bambini, e proprio i più piccoli, in cui le sovrastrutture culturali non sono ancora così spesse e solidificate da non permettere di arrivare al centro, al cuore della “persona”. 
Ecco anche l’interesse per tutto quanto ruota attorno ai valori dell’ambiente e dell’ecologia – e si potrebbero ricordare le tavole esposte agli inizi del 2009 alla Galleria Sagittaria di Pordenone, centrate sui temi dell’inquinamento e del riciclo – e per il mondo degli animali, principali soggetti dell’artista: la rana, il topo, la talpa, l’orsetto, la cagnolina Toffa, proposti insieme nella serie “Compagni di viaggio” – per esempio alla rassegna Anteprima FVG tenutasi a Buttrio nel 2008 – una galleria di “tipi” che ricorda le favole di Esopo e Fedro e stigmatizza, come gli animali parlanti delle favole appunto, i vizi e le virtù del mondo umano.
Anche questa mostra è costruita attorno a queste figure di animali, “compagni di viaggio” anche di Silvia, che riaffiorano più volte nel suo percorso creativo non solo nella versione diciamo ufficiale, proposta per l’illustrazione – caratterizzata da contorni netti e semplificati e campiture di colore uniformi, senza sfumature – ma nei modi e nelle tecniche più vari: ogni tanto si riaffacciano in forma di disegno o di acquarello, altre volte in quella di pupazzo di pezza; oppure come collage e allora hanno magari abiti stranamente familiari, fatti con un pezzo di una vecchia maglia, una carta da parati o un ritaglio di tovaglia. 
C’è dunque in tutti i lavori di Silvia, pur nelle tecniche così diverse, questo carattere caldo, intimo, direi domestico, veicolato da un cifra stilistica ben chiara nonostante il processo di semplificazione richiesto dalla destinazione all’infanzia, che sta soprattutto nel colore, negli accostamenti cromatici mai urlati né troppo accesi, come accade quasi sempre in tutto il visual design che ha che fare con i bambini – pensiamo alla profusione del rosa e del fucsia nel mondo di Barbie. 
Basterebbe questo a giustificare la presenza di Silvia Pignat in questo contesto. Ma non c’è solo questo. L’intento è quello di proporre un esempio, sempre stando all’interno della figurazione, di una tendenza molto diffusa oggi, soprattutto tra gli artisti più giovani, la generazione fine anni ‘70 – primi ‘80, molti dei quali sono illustratori o disegnatori di fumetti e inseriscono questi linguaggi anche nelle ricerche più specificamente estetiche, al punto che non c’è più soluzione di continuità tra la tavola pensata per l’illustrazione e quella a sé stante, tra il fumetto e il “quadro”.
Questo da un lato permette di superare definitivamente, nel concreto della prassi creativa, ogni distinzione tra arti “maggiori” e “minori”, tra arte “pura” e “applicata”; dall’altro di individuare in queste modalità espressive, proprio perchè ritenute minori e marginali, un bacino di risorse creative meno condizionato, più ricco, originario e sincero rispetto a quello dell’arte “ufficiale”. Sicuramente più vicino alle nuove generazioni, forse perché cresciute a Pimpa e Giulio Coniglio e formatesi sui manga giapponesi. E che in tal mondo sembrano cercare un linguaggio magari non radicalmente nuovo ma in grado di riappropriasi di una funzione comunicativa più immediata, fruibile e anche democratica, di un’arte che sappia raccontare le emozioni, le storie, i bisogni di tutti, attraverso il recupero di un rapporto più diretto con il reale.

Chiara Tavella