Tele coloratissime, in uno sfoggio
inesausto di soluzioni cromatiche che non risparmia nessun settore della
tavolozza per dipingere un mondo desiderato, goduto prima che conosciuto.
Variazioni sull'arcobaleno, così potrebbe intitolarsi una mostra di Dario
Rosolen perché a ben vedere ciascuna tela, al di là delle modulazioni
dominanti, racchiude tutta la gamma del visibile. E' proprio questa sete
del vedere, questo sforzo di abbracciare ogni cromatismo, anche il più
nascosto, che pare la costante di questa pittura in cui non si lesina
certo sull'impatto visivo: neri, azzurri, colori pieni, diretti, pastelli,
ori, perfino grumi o inserti granulosi, spiegati sullo sfondo ma
soprattutto allineati in prospettive di fuga, in bande orientate. In
questo senso è un dipingere che ha molto a che fare con la musica: come
questa attraversa inesausta il pentagramma, così il pennello di Rosolen
ogni volta non rinuncia a esperire tutta la gamma del visibile inventando
accordi, dissonanze, vibrazioni. I quadri in realtà ricordano a tratti
certi effetti che sul monitor del computer accompagnano le esecuzioni
musicali, giochi di intersezioni grafiche, esplosioni, implosioni. La
sequenzialità dei segni, la loro ripetizione modulare, magari la
simmetria della composizione e lo sviluppo stesso in orizzontale
confermano questa idea di un movimento, di una dinamicità visiva. Linee
di flusso convergono al centro, altre volte fuggono ai lati trascinando
con sé prismi, sagome irregolari, linee spezzate, come un fiume che
travolge e rimescola senza sosta, in una trasparenza che nulla toglie al
primato del colore. Movimento e colore, questo il binomio su cui nasce il
quadro, ma anche il binomio su cui si dispiega da sempre il reale che
abbiamo davanti. L'occhio a volte fatica a seguire lo spiegarsi armonico
di una tavolozza così ricca, e l'obiettivo sembra essere quello di
sondare fino all'estremo le possibilità del fluttuare cromatico delle
cose. Che dietro i quadri vi siano cose non è così ovvio: la prima
impressione è che si tratti di puro gioco grafico, di fantasia nel senso
etimologico del termine, allucinazione quasi della mente. Ma talora dietro
il groviglio delle linee e degli spazi colorati si tradiscono a tratti
delle figure note, dei simulacri riconoscibili: ora è un castello, se i
triangoli si rivelano torri, i rettangoli definiti dal reticolo finiscono
per essere pareti. Ora è una chitarra se gli ovali si intersecano in una
cassa armonica, le linee di fuga delineano una tastiera e delle corde
(musica, dunque, e non sarà un caso…). Ecco un torso di uomo, di donna;
dissolto dalle linee e dal mosaico di colori o al contrario da ricomporre
riunendo negli occhi e nella testa una gamma di frammenti? A volte lo
spazio necessario si allarga su più tele, diventa trittico, composto o
meno in serie regolari, come a proporre fotogrammi di un divenire, una
storia che si dispiega nel tempo.
Come la musica è il nostro modo di
raccontare il tempo, di farci capaci di un trascorrere mistico, così
questa pittura è lo sforzo di parlare di un divenire delle cose, di un
ritmo che esplode dal fondo della realtà e si propaga a onde, decompone,
frammenta e ricompone inesausto. E se le cose come le conosciamo, un
suonatore di chitarra, un castello, non fossero che l'assemblaggio
arbitrario di bagliori, di schegge impazzite di colore, destinati ad
esistere solo per la bizzarra associazione che fa la nostra retina,
destinati a scomparire appena l'onda del movimento cromatico riparte?
Pittura dinamica e poietica, dunque, a dire ancora una volta che
astrazione e figuratività in pittura sono due categorie assai più vicine
di quanto paia. Si dissolve la realtà, a volte, scomponendola in rette e
sagome in cui si è smarrito il ricordo della cosa, oppure di ricompongono
le cose a partire da un groviglio casuale di linee e di colori, ricreando
un vortice, un flusso di percezione e aspettando il magico momento in cui
si aggregano i frammenti e si crea qualcosa, un po' come all'inizio del
mondo e della creazione. E con questo voglio ritornare alla prima idea,
cioè al godimento estetico che il pittore manifesta in questo gioco: la
vibrazione trae origine prima di ogni altra cosa da un atto di libertà,
di giocosità. Diventa un discorso serio sull'origine delle cose ma
ricollega alla radice la follia estrosa, divertita del movimento e il
dramma della creazione, il momento in cui il flusso indistinto si ferma e
qualcosa inizia. Per ritornare subito dopo a confondersi nel caleidoscopio
delle rifrazioni, per ritornare al vortice e alla vertigine cromatica.
Paolo Venti