Associazione Culturale "Medianaonis"

Sgubin
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Foto Sgubin

 

Mostra d'arte di Ottavio Sgubin

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Adagio con sentimento

Ottavio Sgubin è oggi soprattutto, e giustamente, noto per aver affrontato nella sua pittura il tema dei Barboni, che compare tra i suoi soggetti a partire dal 1988, in tele pregne di una intensa carica emozionale e poetica, così come di una forte istanza etica e sociale – e si potrebbe ricordare a tal proposito anche il ciclo di disegni dedicati a Carlo Giuliani. Due aspetti questi, il lirismo e l’impegno, che sembrerebbero contrastanti o perlomeno difficili da conciliare e che trovano invece nella pittura, proprio nella materia dolente della pittura di Sgubin, nella sua pennellata, nel colore, un prodigioso comun denominatore. 
In questa occasione si è voluto rintracciare la genesi e l’evoluzione di questa tessitura pittorica, gettando uno sguardo all’indietro nell’opera dell’artista e scegliendo tre momenti tematicamente e cronologicamente distinti, precedenti o coevi all’emergere del tema dei Barboni. A sottolineare la continuità con quest’ultimo, viene qui proposta un’unica grande tela, la Barbona bianca del 1999, stondata in alto come fosse una pala d’altare. La sagoma informe, avvolta di stracci, della figura si smaterializza in un colore quasi monocromo, un bianco grigio intessuto di molteplici sfumature di azzurri, ocra, rosa. Colori però consunti, velati, quasi stancati da una pennellata che sfilaccia le forme, le sfalda come se fossero materiate di nebbia. È questa Nebbia l’essenza, anche poetica, dell’opera di Sgubin; il simbolo, inverato proprio negli aspetti concreti del fare pittorico, di un “male di vivere” che permea ogni fase dell’attività dell’artista, anche quando il soggetto dell’opera è lontano dalla tragicità dei barboni; di un dolore che trasuda dalle cose stesse, condannate anch’esse, in quanto “esistenti”, a un necessario destino di finitudine.
Questa visione esistenzialista è ben presente fin dagli esordi della pittura di Sgubin, a cui si possono ricondurre le prime opere proposte in questa mostra, datate agli anni ‘70. Si tratta per lo più di figure, molte delle quali ritratti. Spesso sono le figlie dell’artista, ancora bambine, con i loro giochi. Ma anche il mondo dell’infanzia – benché qui la tavolozza sia più calda e chiara, il tessuto pittorico più compatto e morbido che nelle fasi successive – non sfugge a quella patina di malinconia che avvolge ogni cosa, che fa sembrare le figure come involucri senza peso, fantasmi della memoria più che esistenze concrete. All’orizzonte, anche in questa pittura così intima, c’è la crisi della modernità, il senso di un’inconsistenza (non voglio dire “precarietà”) dell’esistere che apparenta Sgubin ad altre grandi figure dell’arte italiana del ‘900, penso a Guidi in particolare. Emblematica un’opera come Solitudine, dove si allarga un orizzonte senza limite, che ha la stessa sconsolante infinità, lo stesso sconfinato vuoto delle marine guidiane.
Il contrario accade in alcune opere degli anni ‘80, i “muri”, una fase poco conosciuta dell’attività di Sgubin: qui l’orizzonte è negato per gran parte della tela da un “muro” – una campitura uniforme di colore – che concede alle figure solo un piccolo spazio sulla destra. Il vuoto così si catapulta in avanti, rimbalza per così dire sul muro, su questa barriera che preclude fin la comprensione di quel frammento d’esistenza che si svolge dietro. Le cromie sono quelle della nebbia, grigi chiari, perlacei, verdi e azzurri appena accennati, che dissolvono le figure toccando il grado massimo della rarefazione e dell’assenza. 
Sembrerebbe che il colore, la luce ritornino nelle opere realizzate en plein air, di cui si presentano alcuni esempi della fine degli anni ‘80, contemporanei ai primi Barboni. Ma anche il portale della Santissima di Polcenigo o gli ulivi di Castiglione del Lago, in Umbria, dove Sgubin ha uno studio, non sfuggono alla legge del tempo, alla luce abbacinante del meriggio estivo, che corrode le forme, o all’ombra annidata tra le volute dei racemi scolpiti, giocata con una pennellata veloce e sgranata che rimanda a un’altra grande figura del ‘900, De Pisis, e sfalda anche le pietre.

Chiara Tavella