Mostra
di pittura
Cromatismi
di
Bruno Barborini
15
- 29 GENNAIO 2011-01-11
inaugurazione
sabato 15 gennaio ore 18.00 - Sala Appi Centro Culturale Aldo Moro di Cordenons
Presentazione
critica di Alessandra Santin
apertura
mostra dal lunedì al sabato 16.00 – 19.00 esclusi i giorni festivi
NOTE
BIOGRAFICHE
Bruno Barborini nasce a Torsa di
Pocenia il 23 aprile 1924. Cresce a Latina e studia pittura a Roma vincendo nel
1942 il premio Ludi Juveniles a Firenze.. Nel 1952 espone a Latina e nel 1953
parte per gli USA dove conosce Pollock. Vive a New York e pOi in Messico dove
frequenta Siqueiros e Tamayo: a Città del Messico espone nel 1956 e nel 1959
rientra a Roma. Si pone in contrasto aperto rispetto all'esperienza di Guttuso
cercando una propria identità pittorica. Dal 1975 al 1982 si susseguono
numerosi viaggi fra gli Stati Uniti e la Francia finché nel 1985 rientra
definitivamente in Italia. In questo periodo la sua produzione è ispirata agli
eventi sociali, umani ecologici e sportivi. Al suo attivo più di cento mostre
in tutto il mondo, da Firenze a Roma, da Parigi a New York a Città del Messico.
INTERVENTO CRITICO DI ALESSANDRA SANTIN
Nel panorama artistico contemporaneo,
mutevole e sempre disposto al cambiamento repentino, stupisce il permanere di
una modalità di ricerca che caratterizza il lavoro di un artista, durante
l'intero arco della sua esistenza.
E' il caso di Bruno Barborini che
esprime ogni sua opera come inizio, inquietudine, abbandono di sentieri certi
per inoltrarsi verso le terre dell'incognito, spesso del turbamento.
L'artista compie questa ricerca senza
mai allontanarsi dal panorama domestico, dal quotidiano e dal presente:
l'altrove non è il deserto o lo scenario delle guerre mediorientali, ma è lo
spazio del qui, dell'oggi immerso nel mistero del mondo interiore, che fa da
specchio ad una realtà sociale spesso vuota di significato, violenta e
impassibile al dolore umano.
Bruno Barborini mette in discussione
convinzioni e convenzioni del tempo attuale, ed esce allo scoperto senza fare
ricorso alla memoria di un passato remoto o immaginando futuri minacciosi.
[…] in ogni dove, sotto alla
superficiale apparenza, l'artista rende visibile il confronto con il mondo
instabile, gli spazi tenebrosi del non-cosciente o del sociale omologato e
omologante.
Sono visioni dell'inquietudine. Lì
l'uomo vive e soffre. Lì Bruno Barborini rincorre l'arcano principio di tutte
le cose che pare coincidere con la loro fine, lasciandoci confusi e
disorientati, spesso soli.
La medesima poetica delle sensazioni si
rintraccia in Pessoa: "Pensando, mi sono creato eco e abisso. Diventando
profondo, mi sono moltiplicato. Il più piccolo episodio - una alterazione
provocata dalla luce, la caduta arricciata di una foglia secca,..., il cancello
socchiuso, tutte queste cose che non mi appartengono, catturano la mia
meditazione sensibile con corde di risonanza". Allo stesso modo
Barborini avverte il bruciore dell'ultimo raggio infuocato di sole e dipinge il
mare, con forte violenza del gesto, con rabbia e, a volte, con lo stupore del
desiderio e della passione.
- Ho sperimentato in me, con me, le
aspirazioni di tutte le epoche, e con me hanno passeggiato, sulle rive ascoltate
del mare, le inquietudini di tutti i tempi - insiste Pessoa, e di fronte a lui
possono stare le opere di Barborini, quadri di un diario esistenziale che si
configura come un diario del pensiero quotidiano, convertito in visioni, in un
incanto in cui spazio, luce e colore si fondono, dando vita ad un tessuto
pittorico prezioso. folgorante e folgorato.
È un'autobiografia senza fatti
(direbbe Bernardo Soares), un interrogarsi ansioso e tormentato che tinge di
scuro i fondi, che richiama al vuoto, che evoca la dispersione.
- Ho conosciuto mondi diversi, le
campagne laziali dell'infanzia e la Roma dell'adolescenza, l'America centrale e
New York della giovinezza, il Friuli di ieri e di oggi - ricorda Bruno Barborini
- e ho visto ovunque come l'arte non sia mai data in assoluto. È la rete dei
rapporti e il potere a determinare il gioco. Vi ho partecipato, ma senza
rispettare le regole imposte non si può vincere. Mi è stato più caro vivere.
E lottare liberamente. Questo sono i miei quadri. Luoghi di lotta. Quando ne
finisco uno sono sfinito. […]
Mentre parla mette sul cavalletto un
lavoro ultimo. Un cielo di luglio in cui lo spazio è nettamente diviso da un
gesto lungo. Di qua il colore pastoso scuro e compatto della figura maschile
della notte, di là il lungo balcone inondato di luce solare, proteso verso una
dimensione aperta, tinta d'oro.
Di qua la visione tutta interiore del
tempo libero della vacanza estiva, di là un percorso da compiere ancora, la
necessità di attraversare tempi e luoghi di vita, ... ogni porta, ... ogni
confine. La materia densa del colore rende concreta la coincidenza tra arte e
vita. In entrambe si sedimentano le cose, si accumulano e ruotano in vortici
liberi da mediazioni e da interpretazioni. La stessa relazione con il pubblico
viene pensata dall'artista come partecipazione casuale e incontro sempre nuovo.
Ogni forma è plurale come ogni segno
si sovrappone per svincolarsi dal compito di significare una cosa soltanto, e
assaporare il gusto dolce/amaro del fluire del tempo.
Allora non resta che guardare. Non
resta che usare l'Altro Sguardo, quello dell'arte che invita a superare la
finitudine umana con il calore della poesia, che è vera solo quando coincide
con la propria vita.
Inquieta, quella di Bruno Barborini
rivela, nelle atmosfere umbratili e notturne, nell'attenzione ai suoni e ai
colori, nel riferimento costante al contrasto delle sensazioni opposte, l'intima
consonanza dell'anima umana con l'anima delle cose. Entrambe nel loro fondo
indeterminato possono essere illuminate, rese visibili, pur nella loro
inquietudine, dall'arte di Bruno Barborini.
Alessandra Santin
(scritto
presentato alla Mostra personale. "Galleria Civica d'arte" di
Castions di Zoppo/a, settembre 2006 e riprodotto nel catalogo della mostra
antologica Bruno Barborini 1934-2007 pagg. 90-91)