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Mostra d'arte
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Mostra
di pittura
Frammenti di geometrie
[La prospettiva] non significò soltanto
un'elevazione dell'arte a «scienza»: l'impressione visiva soggettiva era stata
razionalizzata a tal punto che poteva costituire il fondamento per la
costruzione di un mondo empirico saldamente fondato eppure, in senso pienamente
moderno, «infinito» […]. Era stato così realizzato il passaggio dallo
spazio psicofisiologico allo spazio matematico: in altre parole, un'obiettivazione
della soggettività.
Erwin
Panofsky, La prospettiva come forma
simbolica, Milano 2007
I
recenti lavori di Giuseppe Nicoletti rappresentano lo sviluppo della fase
immediatamente precedente, le Geometrie
rivelate, titolo collettivo di opere che datano a partire dal 2007, e che a
loro volta si innestano su una sequenza di fasi in cui il tema portante è il
“muro”. Andando a ritroso, si risale alla serie Another
Wall, inscritta tra il 2007 e i primi anni ‘90, attraverso il passaggio
delle Geometrie after the Wall; e di
qui alla serie di Vathek e del Mondo
estremo, avviate dopo la metà degli anni ‘80, che fanno da cerniera tra
gli ultimi vent’anni, centrati sul tema del muro, e il periodo precedente.
Questo è scandito dai cicli dei Teatri
dell’arte e delle Archeologie,
contraddistinti da una pittura di ispirazione metafisica, che mette
– letteralmente – in scena teatrini enigmatici di piccoli oggetti,
strumenti da disegno e costruzioni giocattolo.
In
realtà alcuni nuclei generatori della ricerca di Nicoletti sono presenti fin
dalle prime opere: il blocco squadrato, il parallelepipedo regolare che domina
la sua pittura odierna, è l’evoluzione dei blocchetti di legno delle
costruzioni giocattolo inserite nei primi teatri
e nel Mondo estremo. Il paesaggio metafisico degli inizi, caratterizzato
da piani ostensivi – quasi vassoi su cui offrire la visione degli oggetti –
inseriti in ambienti indefinibili, chiusi e privi d’aria, si evolve nelle
scarpate aride e scoscese dei quadri dedicati al misterioso personaggio di
Vathek, e poi in quelli intitolati a Tomi, la località sul Mar Nero in cui
Ovidio trovò l’esilio, alla quale è ispirato il ciclo del Mondo estremo; anch’esse sono impostate contro un fondo vuoto,
omogeneo, che è piuttosto muro che cielo. Nelle tele di quest’ultimo ciclo,
l’ambientazione rocciosa si semplifica, trasformandosi in un burrone
impossibile, dalle pareti lisce e sfaccettate, privo ormai di qualsiasi
riferimento al mondo reale e risolto nell’incastro dei piani, nella
sovrapposizione dei volumi. Siamo alle soglie del “muro”, della muraglia
impenetrabile, dell’ammasso di blocchi ciclopici, che caratterizza il lavoro
dell’artista dai primi anni ‘90 ad oggi.
In
questo processo di riduzione geometrica hanno un ruolo determinante le scelte
cromatiche, la luce e la materia: gli ocra degli inizi lasciano il posto a
colori puri, decisi; viola, aranci, verdi acidi, tinte così fredde e inusitate
da ricordare certa pittura manierista, per esempio i verdi smeraldini, il grigio
acciaio, i rosa lunari della Deposizione
dalla croce del Pontormo. È un colore che verrebbe da definire
“mentale” e che ha una potente forza d’astrazione, e tuttavia è
illuminato da una luce “realistica”, che ha la limpidezza cristallina del
rinascimento fiammingo, proietta ombre precise e mette in risalto la solidità
dei volumi, evidenziandone la diversa superficie, accidentata e ruvida come
fosse pietra.
Questo
contrasto tra colore astratto e luce reale è un aspetto dell’antinomia che
percorre tutto il lavoro di Nicoletti: da un lato il carattere illusionistico
della costruzione spaziale, dovuto alla rigorosa impostazione prospettica che
suggerisce la visione in profondità degli oggetti e dello spazio, dall’altro
l’irrealtà dell’atmosfera che pervade questo spazio stesso, un’atmosfera
sospesa, densa di vuoto e di silenzio, enigmatica e allucinata come un incubo.
Tutti
questi elementi generatori convergono verso un unico tema, la riflessione sulla
prospettiva, esplicitata nei teatri, e
anche in alcune installazioni degli anni ‘80, attraverso la presenza di
strumenti da disegno quali la squadra, l’asta, il cavalletto; poi incarnata,
anzi calata in pietra, nei “muri”. Prospettiva come “forma simbolica”,
ovviamente, che riflette la visione armonica e ordinata del mondo rinascimentale
e, sullo sfondo, la convinzione, teorizzata da Cartesio e centrale nel pensiero
moderno, della coincidenza perfetta, garantita da Dio, tra la realtà esterna e
la sua rappresentazione mentale.
Ora,
è proprio questa certezza che l’opera di Nicoletti mette in forse,
inserendosi così nell’orizzonte della crisi che attraversa il pensiero
moderno e creando con i suoi quadri di macerie – macerie astratte, abbiamo
visto, stranianti, come fossero le rovine di una costruzione di altri mondi, di
civiltà scomparse o extraterrestri – una potente metafora, tutta visiva,
dello scacco della modernità, del crollo dei grandi sistemi filosofici prodotti
dal pensiero occidentale da Cartesio a Hegel, della possibilità stessa di
costringere la realtà empirica entro un sistema.
“Un
tempo, in pittura, la prospettiva offriva una rappresentazione rassicurante
della realtà, oggi invece si presta a mettere in dubbio ogni tranquilla
sicurezza. Di mezzo c’è stata la catastrofe delle certezze. Ed è impossibile
non tenerne conto.” scrive Angelo Bertani1.
Se
il tema, l’ordine dei problemi è di tale portata, non stupisce che esso
rimanga “il tema” del percorso
di Nicoletti fin dall’origine, e che questo percorso possa esser letto come un
progressivo approfondimento e sviluppo di questa visione, fino ai lavori più
recenti, che rappresentano una ulteriore e, se possibile, anche più radicale
affermazione dello “scacco” della modernità.
In
queste opere Nicoletti riprende una prassi già adottata in un’istallazione
realizzata nel 1993, per la rassegna Hicetnunc di San Vito al Tagliamento
– e anche questo continuo ritornare sui proprio passi è sintomatico di
una coerenza non superflua, che insiste su questioni fondanti – ; in quella
occasione l’artista aveva esposto alcune grandi tele del periodo metafisico,
accanto alle quali erano collocate tele più piccole, raffiguranti un
particolare estrapolato dalle prime.
Anche
le tele recenti sviluppano un frammento di quadri, più spesso di disegni
progettuali, realizzati in precedenza; l’artista sceglie un particolare
dell’opera, lo ritaglia e lo ripropone in dimensioni più grandi, mettendo in
evidenza uno snodo di volumi, un contrappunto di spigoli, una porzione che
nell’opera intera rimarrebbe “subalterna”2
al tutto, e che ora invece diventa il centro.
Il punto di vista rispetto al “muro” si è fortemente ravvicinato,
fino a zoomare su dettagli minimi, sugli anfratti più nascosti, nei recessi
d’ombra. Anche qui, però, non si aprono spiragli, il muro non ha crepe e
conferma la sua impermutabile durezza.
I
volumi raffigurati negli ultimi lavori, inoltre, non sono più circoscritti
entro la cornice del quadro, ma si prolungano idealmente nello spazio
circostante, al di fuori della tela che non li conchiude più, anzi; seguendo i
bizzarri perimetri dei blocchi, si apre in forme inedite, triangolari,
trapezoidali. L’enigma del muro non è più contenuto nello spazio altro del
quadro ma investe lo spazio dello spettatore, è prepotentemente presente, hic
et nunc, con una forza che si origina dalla padronanza, da parte
dell’artista, del proprio linguaggio:
vedi la cura quasi maniacale del dettaglio, per esempio nel concepire il bordo
delle tele rastremato verso l’interno, per accentuare lo sbalzo dei volumi e
l’effetto di trompe-l’oeil.
Al
limite, nel gioco di rimandi e di prolungamenti da un margine all’altro,
l’insieme di queste opere può essere letto come un’unica, grande
installazione: frammenti di un muro continuo che si saldano attorno a noi e ci
travolgono, travolgono l’oggi nella loro caduta sospesa, nel loro perpetuo,
irrisolvibile crollo.
Chiara
Tavella
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1
Cfr. Angelo Bertani, Quando un quadro
non è solo un quadro, in Giuseppe
Nicoletti. Geometrie rivelate, catalogo della mostra, testi di C.
Tavella, A. Bertani, L. Nicoletti, E. Di Grazia, M. Berdic, Villa Conti
Toppo Wasserman, Toppo di Travesio (Pordenone), 3-24 maggio 2009, p. 11-12.
2 La definizione è dell’artista stesso che,
significativamente, collega l’interesse per le parti “subalterne”
anche alle sue convinzione etiche e politiche.